A single man

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A Single Man è il film di debutto alla regia dello stilista Tom Ford.

California 1962,George Falconer (Colin Firth), un professore inglese omosessuale, ha intenzione di suicidarsi alla fine della giornata, poiché incapace di sopportare oltre il dolore.Dopo sedici anni di vita condivisa, Jim, il suo compagno, è morto, stroncato da un incidente automobilistico.

George è ora un uomo solo. Un uomo che non può contorcersi nel pianto.Sono la sua estrazione culturale, il suo ruolo pubblico, l’ipocrisia di chi non l’ha desiderato ai funerali di Jim, a imporgli un lutto silenzioso.Il suo dolore è trattenuto, dopotutto lui è inglese, ma soprattutto è gay, fa parte di una minoranza “invisibile” che, come lui stesso dice cripticamente alla sua classe, deve “adattarsi a ciò che ci si aspetta, a come dovremmo comportarci.” Brevi fotogrammi, forti dialoghi e sguardi carichi di significato raccontano l’America dell’ansia da guerra fredda e dell’alienazione sessuale degli anni ’60; dopotutto anche nell’America kennediana non è facile dichiararsi omosessuali, tutto è reticenza, tutto è non detto, sono gli anni in cui persino ballare tra uomini è immorale.

A Single Man e’ un film sul dolore che non osa dire il suo nome, su un dolore che non viene gridato, ma piuttosto sussurrato da una muta, calma suicida; Firth interpreta un uomo che sta annegando ma che non riesce ad emettere un grido d’aiuto, e ciò è terrificante; con i suoi occhiali e il suo vestito impeccabili, è l’immagine perfetta di chi sa nascondere tutto, anche il suo cuore. E’ la rappresentazione di una società vulnerabile, barricata dietro l’ipocrisia.Una convivenza di sedici anni, un amore vissuto all’interno di una casa con le pareti di vetro,che non può esprimersi neanche nel momento più profondo,come quello dell’addio.Eppure non è solo dell’ipocrisia verso l’amore omosessuale di cui il film si fa portavoce; il suo messaggio è forse più sottile: la maschera che ognuno di noi è costretto a portare ogni giorno va ben oltre le nostre preferenze sessuali, ed in questo senso il film è universale perchè racconta lo stato di “solitudine” di cui l’umanità è spesso preda.

Tutto è riassunto nel monologo iniziale del protagonista: “Ci metto tempo la mattina a diventare George, tempo per adeguarmi a quello che ci si aspetta da George e a come deve comportarsi; una volta vestito e data un’ultima lucidatura a colui che è il debolmente rigido ma perfetto George, so quale parte interpretare; dallo specchio mi fissa non tanto un volto,quanto l’espressione di una difficoltà…”

Ford lascia che la macchina da presa indugi sui primi piani, catturando le espressioni del protagonista, fin dalle battute iniziali, e lasciando percepire la sua empatia per quel dolore forte, lancinante,ma sempre sepolto e silenzioso. La fotografia opaca e fredda ci mostra ,con le sue ondate di colore improvvise, come è diventata dolorosamente bella la quotidianità,ora che George ha deciso di abbandonarla.In questo dramma splendidamente “tessuto”, il contenuto e lo stile hanno un rapporto vitale proprio come George e Jim; uno sarebbe perso senza l’altro. Il film è impeccabile quasi quanto il suo protagonista; l’eleganza scarna e pulita che Ford utilizza nelle sue collezioni viene perfettamente riversata sulla scena, così come l’attenzione per i particolari.Con dovizia di dettagli, il regista traccia la fenomenologia di uno strazio logorante, tanto più devastante perché inespresso, mimetizzato nella sequenza ripetitiva delle incombenze quotidiane.E destinato ad annientare!