Augusto. Un machiavellico a Roma

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1981

Degli altri consoli e proconsoli aveva la potestas (potere) ma con più di auctoritas (autorità). Il fondamento della sua politica e della sua forza era questo. Il giovane Ottaviano, figlio adottivo e pronipote di Cesare nell’anno 27 a. C. riuscirà a diventare ciò che a Cesare non riuscì: in una Roma ancora fresca del sangue delle guerre civili, Ottaviano si trasformerà in “Augusto”. L’inventore del Principato, il cui punto essenziale consisteva nella definitiva sistemazione costituzionale della posizione del “monarca” ovvero di “colui che governa da solo”, posizione sua e di tutti gli altri “Prìncipi” che gli succederanno.

Augusto cambiò la Storia e oggi è il protagonista assoluto di una Mostra a lui dedicata presso le Scuderie del Quirinale a Roma. Inaugurata per il bimillenario della morte di Augusto (14 d. C.) il 18 Ottobre scorso (durerà fino al 9 Febbraio 2014), la mostra è stata ideata da Eugenio La Rocca e curata da Claudio Parisi Presicce, Annalisa Lo Monaco, Cécile Giroire, Daniel Roger, in onore dell’uomo di Velletri, fondatore di un nuovo mondo: l’Impero.

Lo stesso titolo Augustus ha un valore fortemente simbolico di cui il suo detentore, mediocre soldato ma spietato politico, era perfettamente consapevole. Ottaviano si fregerà in un lontano 16 gennaio del 27 a. C. nel corso di una seduta nel Senato romano del titolo di Augustus, cioè il medesimo titolo dell’augurium augustum con cui venne fondata Roma. In tal senso, il giovane Principe era una sorta di nuovo Romolo, in quanto assumeva per sé lo stesso augurio romuleo ad un livello altamente simbolico, mentre ad un livello più comune e maggiormente religioso il titolo era inteso nel senso passivo di “Venerato”.

Geniale stratega politico ma non militare, Augusto nella costituzione del nuovo ordinamento che chiamerà “Principato” abbandonò qualsiasi tipo di compromesso. Non tribuno della plebe, egli possedeva l’intera potestas dei tribuni: poteva cioè far votare plebisciti con vigore di legge, convocare il Senato, usare il diritto di veto e, in virtù e congiuntamente al nuovo concetto di auctoritas, riuscì a creare una realtà costituzionale del tutto nuova. La realtà (definita di lì a poco Pax) che gli stessi uomini della sua epoca cercavano a salvaguardia dall’oscuro e sanguinoso ciclone delle guerre civili. Insomma la forma repubblicana era conservata, mentre l’attualità monarchica era assicurata.

Ma Augusto fu anche e soprattutto il fondatore di una concezione umanistica che riguarderà tutto il nuovo Impero. Umanesimo che si riverserà, si esprimerà e comunicherà principalmente nell’arte, tanto da definirsi a buon diritto “Arte augustea”.

Augusto è un protagonista assoluto del suo periodo che sicuramente sapeva cosa e come comunicare, tanto da divenire sin da subito l’inventore della propaganda, grazie anche ad un team di collaboratori geniali quali Mecenate, Agrippa, Planco e altri che insieme a lui riuscirono a “imbrigliare” i lamenti e i disaccordi di quella borghesia espropriata dallo stesso Augusto, di cui facevano parte i vari “Virgilii”, “Properzii”, “Tibulli” per trasformarli in riverenza ed elogio nei suoi confronti. Un Princeps che però non esitò a mozzare la testa al cadavere di Bruto e a inviarla a Roma, come feroce monito proprio per quelle borghesie cittadine espropriate e che dopo le Idi di Marzo non avevano esitato ad esaltare il cesaricidio. Proprio qui è da leggere la dicotomia Ottaviano/Augusto: il feroce Ottaviano che zittisce con violenza eventuali rancori e sacche di resistenza anticesare che sa diventare il pio Augusto che condona ai proprietari i fitti delle case fino a 500 sesterzi in Italia e 2000 a Roma. In tal modo proletariato italiano e borghesia “proletarizzata” dalle espropriazioni destinate ai veterani di guerra avrebbero salvaguardato una parte di reddito. Insomma, esattamente come le due famose statue legate a due periodi diversi della vita di Ottaviano/Augusto, il suo busto all’epoca ella battaglia di Azio (31 a. C.) del Museo Capitolino e Augusto capite velato, in veste pontificale del Museo Nazionale a Roma, egli sapeva unire la ferocia dell’uomo d’azione allo stile e all’accorgimento del benefattore dalla personalità affabile e quasi ritrosa. Insomma, un gigante della Storia.

Vladimiro D’Acunto