Chiesa di Sant’Ambrogio

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La vera storia della scoperta della Chiesa di Sant’Ambrogio alla Rienna                            [nggallery id=3]

 

Lungi dal voler fare polemica, ma diversi qualificati professionisti (cui va riconosciuto il merito di aver contribuito alla ricostruzione della Chiesa, con la loro opera o con i loro altrettanto qualificati interventi) si sono attribuiti il merito della scoperta. Ci sono state (almeno per il passato) numerose paternità ed io intendo, raccontare esattamente come si sono svolti i fatti e chi, secondo il mio modesto parere, ha veramente contribuito per primo alla realizzazione dell’opera. Che esistesse una Chiesa dedicata a “S. Ambrogio de Montecorbino”, si sapeva già negli atti dell’Archivio Diocesano dove si riscontrano due interessanti notizie di rettori e beneficiari del 1309 e 1338. A pag. 290 di “Salerno Sacra“ di Crisci e Campagna – Stampato dallo stabilimento IPSI di Pompei nell’agosto 1962, si legge: “ oggi ancora verso Occiano trovasi la località S.Ambrogio in cui si vedono I RUDERI dell’antica cappella “. Si aggiunga che la presenza del rudere era a conoscenza di diversi anziani di Occiano e degli affittuari del terreno, di proprietà della Chiesa di Occiano. Senza contare che nei registri parrocchiali vi sono diverse annotazioni dei vari Parroci, dei quali, l’ultimo, Mons. Filippo D’Auria, scomparso di recente, me ne parlò fornendo interessanti indicazioni. Comunque, nel passato, nessuno si era interessato al problema, né furono mai fatte ricerche o sopralluoghi per stabilire se la posizione indicata dai contadini o dai parroci, fosse stata esatta o meno.
Alla fine degli anni settanta, unendo l’utile al dilettevole, deciso a vederci chiaro, mi trovai a percorrere il tratto che dalla frazione Gauro conduce nella vallata di Sant’Andrea, sottostante alla frazione Occiano, lungo un corso d’acqua di antiche tradizioni, il Rienna, al confine tra i territori di Montecorvino e Giffoni Valle Piana. Ero in cerca di asparagi. Quasi giunto in fondo alla vallata, notai uno strano rudere sommerso da erbacce e spine. Era Sant’Ambrogio? Dall’interno di detto rudere emergeva una gigantesca quercia che con la sua mole copriva quasi per intero quella che sembrava una piccola costruzione. C’era sul davanti un rudimentale deposito di attrezzi per lavorare la terra e sul lato destro , una piccola apertura che introduceva all’interno.
Con non poco timore entrai nell’interno, illuminato da una fioca luce che proveniva da un’apertura che sembrava una finestra, notai in alto sulla destra, sotto una fitta estensione di radici di edera, che si intravedevano appena elementi di affreschi all’interno di una piccola cupoletta che dava tutta l’impressione di essere un’abside e di conseguenza pensai che quella doveva essere una piccola chiesa. Rientrai velocemente a casa e il sudore che scorreva inesorabile sulla mia fronte non sapevo se derivava dalla corsa fatta o dalla sorpresa della visione che si era affacciata ai miei occhi. Il primo annuncio lo feci in una seduta della locale Pro Loco di cui ero consigliere/segretario. La notizia fu accolta con molto scetticismo e solo qualche entusiasmo. Il triste evento del terremoto lasciò i sogni nel cassetto e trascorsero alcuni anni durante i quali mi ero dato alla ricerca delle persone giuste.
Informai l’amico prof. Geremia Paraggio, presidente dell’Archeo Club Bellizzi-Montecorvino, esperto d’arte, (cui va attribuita ogni paternità), il Pretore di Montecorvino Rovella dott. Franco Pasquariello, grande appassionato e l’amico Riccardo De Martino di Giffoni che corse subito con la sua inseparabile mastodontica borsa, per cercare di collocare il ritrovamento nel suo contesto storico e per dargli una giusto risalto nella storia dell’arte meridionale, qualora fossero stati riscontrati tutti i necessari accertamenti che il caso richiedeva. Con lodevole sinergia, ognuno fece la sua parte: l’Archeoclub, con molti volontari muniti di roncole e falcioni liberarono il luogo dalle sterpaglie e dai rovi, il pretore Pasquariello si diede da fare per reperire fondi da Ditte e Imprese locali, il buon Riccardo pubblicò un’immagine dell’affresco su un calendario gestito dalla Pro Loco di Giffoni ed anch’io diedi il mio modesto contributo recandomi a Milano nella Basilica di Sant’Ambrogio dove, oltre ad una utilissima pubblicazione, notai molte analogie con gli affreschi montecorvinesi. Il primo lavoro fu quello di togliere l’edera dal catino dell’abside per vedere cosa c’era sotto che, stranamente, era stato protetto proprio dall’edera, nella sua quasi integrità. Al centro del catino è visibile la Madonna che fa da trono al Figlio, (classico delle icone bizantine ) seduta su di un trono imperiale, su di un cuscino rosso. Al lato destro e al lato sinistro della Madonna sono affrescati quattro Santi dei quali si leggeva anche il nome: Ambrogio, Simpliciano, Gervasio e Protasio.
Quattro Santi milanesi, nel nostro territorio! Da allora è iniziato un continuo lavoro di ricerca storica, soprattutto per dare una spiegazione alla loro presenza in quel luogo, territorio di pertinenza del Castello Nebulano.
I 4 SANTI
Ambrogio era nato a Treviri, in Germania, nel 339 ca. Il padre, greco, era rappresentante a Roma. Alla morte del Vescovo Aussenzio nel 374, fu acclamato Vescovo di Milano con grande partecipazione di popolo, prima di essere ancora battezzato, cosa che fece immediatamente prima della sua investitura. Era stato convertito da un suo amico, Simpliciano, che fu suo successore ed al quale si legò per l’intero arco della sua vita. Subito organizzò i lavori necessari per l’erezione di una grande Basilica che, in seguito, porterà il suo nome. In Milano erano vissuti due Santi gemelli, Gervasio e Protasio, martirizzati nel 178, durante l’invasione dei Marcomanni. Il popolo lì seppellì in un luogo sicuro e furono oggetto di grande venerazione. Con il passare del tempo, purtroppo, pur restando il ricordo dei due fratelli, si perse il ricordo del luogo della sepoltura. Durante la costruzione della suddetta Basilica, Ambrogio sognò il luogo di sepoltura dei due fratelli e fece scavare in quel punto che aveva visto nel sogno. Furono trovati i corpi dei due Santi martirizzati e furono risepolti sotto l’altare maggiore in un sarcofago che doveva servire per la sua sepoltura. Ambrogio, poi grande Santo, ordinò che la sua sepoltura doveva essere effettuata collocando il suo corpo ai piedi dei suddetti, non essendo degno di tenere la stessa posizione.(Ancora oggi i corpi sono perfettamente visibili, ben conservati nella famosa Basilica di Milano). Nel 397, nell’approssimarsi della sua morte, Ambrogio chiamò al suo capezzale e lo consacrò Vescovo e, quest’ultimo, rimase a guida della Diocesi per soli 4 anni, sino al 400 quando anch’egli morì in concetto di santità. Come si può vedere, i quattro Santi affrescati nella chiesetta erano legati da una storia comune, il che rendeva ancora più affascinante la ricerca. L’arrivo al Sud di questi Santi milanesi può avere una sola spiegazione con l’arrivo dei Longobardi e Benevento fu la capitale di un granducato. Nel 654 conquistarono Salerno e da conquistatori si trasformarono in conquistati in quanto si convertirono al cattolicesimo, soprattutto per incoraggiamento della Regina Teodolinda, figlia spirituale del grande Papa Gregorio Magno. Per difendere il territorio salernitano costruirono un grande sistema difensivo di castelli dal territorio di Capaccio, Battipaglia, Eboli, Olevano, Montecorvino Rovella,Terravecchia di Giffoni,Castelvetrano e l’antica Rota,oggi San Severino.Per esaurire l’argomento, questo gigantesco sistema difensivo durò sino all’arrivo dei Normanni nel 1076 che, a loro volta, pur mantenendo in piedi il sistema difensivo modificarono e rinforzarono le strutture dando il maggiore privilegio al Castello di Salerno.
LA CHIESA DI S.AMBROGIO DI MONTECORVINO ROVELLA
Chi da Montecorvino Rovella si reca a Giffoni Valle Piana, può osservare sulla destra i monti di Gauro, Faito e Migliara, la Grotta del Salvatore, luogo di culto dalla notte dei tempi. Sulla sinistra il Monte Nebulano con le rovine di un suo antico Castello che ha conosciuto la successione delle varie dinastie: Romani, Longobardi, Normanni, Angioini e Aragonesi. Tra le due località vi è la Vallata di Sant’Andrea attraversata da un piccolo corso d’acqua, il Rienna che si riversa nel Picentino, luogo di confine tra i due succitati Comuni. In un’ansa del Rienna, tra canneti, salici e qualche pioppo, sommerso di spine e di rovi, si ergeva un rudere poi interpretato come un’antica chiesetta (oggi diventata una splendida realtà). Lasciamo la descrizione del rudere a quanto pubblicato alle pagg. 14 e 15 di un libretto dell’Archeoclub, redatto dal prof. Geremia Paraggio : “ Le mura laterali sono quasi complete e permettono di leggere il disegno costruttivo. L’abside a est è sorprendentemente intatta. I pieni prevalgono decisamente sui vuoti, ma l’insieme acquista un aspetto di gradevole equilibrio per le snelle finestre, alte, coronate da archi a tutto sesto……………La fila delle finestrelle….contribuisce ad alleggerire la parte alta della parete. La parete di fondo, quella che ospita l’ampio arco dell’abside è alleggerita da due nicchie ben proporzionate e costruite con sapienza e spiccato senso decorativo, per i gradevoli effetti cromatici ottenuti con una scelta di ben squadrati conci chiari e scuri. E’ visibile un dislivello tra presbiterio ed aula che risultano sfalsati da tre gradini. La nicchia a sinistra dell’officiante presenta tracce di affresco a palinsesto, cioè un primo strato di intonaco ricoperto, in epoca successiva da un secondo affresco. L’originale era una croce dipinta arricchita da preziosismi grafici, il secondo affresco rappresenta un personaggio, un santo del quale si intravede la mano.” Segue nelle pagine successive descrizione dell’affresco ed importanti conclusioni per il restauro da operare.
Comunque, nel 1989, la Soprintendenza ai Bass di Salerno ed Avellino affidò un primo restauro conservativo alla restauratrice salernitana Raffaella Spirito, dopo che i volontari dell’Archeoclub sotto attenta e competente direzione dei lavori avevano completamente ripulito il rudere. Successivamente, sempre su incarico della Soprintendenza, un idoneo finanziamento ha provveduto alla realizzazione di un progetto di recupero ad opera dell’Architetto Anna Gallo. Durante i lavori di ricostruzione sono state rinvenute intorno al perimetro del tempietto alcune tombe risalenti al periodo longobardo che hanno consentito uno studio approfondito di questa grande scoperta che, nello stesso tempo, ha rafforzato la convinzione che la Chiesetta è databile tra il IX ed il X secolo.
Da diversi anni la Chiesetta di Sant’Ambrogio è stata restituita ai montecorvinesi in tutta la sua bellezza e la sua maestosità. E’ diventata frequente luogo di visite guidate e di frequenti convegni di eccellente interesse culturale. Premesso che, come mia abitudine, non farò nomi per non incorrere in involontarie innocenti omissioni, è doveroso un vivo plauso all’Archeoclub ed alla Pro Loco di Montecorvino Rovella, gelosi custodi di quello splendido tempio che il nostro Parroco intende anche restituire al culto.
A beneficio degli appassionati e degli amanti dell’arte e del nostro patrimonio artistico, cito alcune pubblicazioni interessanti, di grande professionalità, chiedendo venia se non le elenco tutte (che sono parecchie) per motivi di spazio ed anche perché qualcuna è ripetitiva:
1. Crisci e Campagna – Salerno Sacra Ricerche storiche – Edizioni della Curia Arcivescovile di Salerno – Stampato a Pompei – 1962 – pagg. 208/209
2. Nunzio Di Rienzo – Il culto della Madonna dell’Eterno ed itinerari storici – Tipolito Garzilli Macchia 1985 – pag.108
3. Geremia Paraggio – Sant’Ambrogio a Montecorvino Rovella – Archeoclub Bellizzi/Montecorvino (1990 ?)
4. Paolo Peduto/Daniela Mauro – Il sant’Ambrogio a Montecorvino Rovella –Rassegna Storica Salernitana – giugno 1990 Boccia editore
5. Geremia Paraggio – Antichi luoghi di culto – Editoriale Agire Eboli 1993 pagg.97/99
6. Antonietta Iannelli – La Chiesa di Sant’Ambrogio di Montecorvino Rovella : archeologia e fonti scritte – Estratto dagli atti dell’Accademia Pontaniana – Anno Accademico 1994 – Giannini Napoli
7. Rosario Pinto La pittura nel Salernitano attraverso i secoli. Liguori editore Napoli 1997
8. Suatoni S. – Pittura monumentale della Campania longobarda : gli esempi di Occiano e Pernosano – Apollo XVII – 2001
9. D’Arminio, Scarpiello, Vassallo,Vasso Arcipretura di Montecorvino

                                                                                                                                                                                                                                            NUNZIO DI RIENZO

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