Cina, la mia sconosciuta

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Sono una studentessa di scambio dell’ Università di Bologna, mi chiamo Chiara, ho 21 anni e studio Lingue.
Grazie al progetto Overseas sono approdata nella Cina del Nord-Est per sei mesi, che si concluderanno il prossimo inizio Febbraio.
Non ho ancora quella che potrei definire “la mia storia”, ma due cose da dire non mi mancano, anzi ne ho fin troppe. Così ne getterò qualcuna in questa manciata di righe, un po’ alla rinfusa (e me ne scuso).
A Dicembre dell’anno passato ho comprato un numero di Internazionale; in allegato c’era questo calendario illustrato, disegni nitidi, colori accessi, idee bizzarre, estremamente piacevole.
Sfogliandolo mi sono fermata ad Ottobre; ho pensato “Novembre lo guarderò quando arriverà: in Cina.
Beh, l’ho finalmente guardato, Novembre.
Niente male, un po’ deprimente , ma c’era da aspettarselo, è pur sempre il freddo Novembre color castagna.
La mia Cina è esattamente così, come questa pagina di Novembre: mi sono imposta di non farmi domande, di non avere pretese, pregiudizi ma nemmeno aspettative o previsioni. Come non ho dato un’occhiata veloce alle miniature giusto per farmi un’idea dell’illustrazione, non mi sono nemmeno troppo informata su cosa avrei trovato in questa immensa nazione. Avevo deciso che l’avrei scoperta come Novembre, una volta arrivataci.
Fin dal primo secondo mi si è presentata come una nazione intricata e contraddittoria.
L’impronta di un governo socialista dovrebbe garantire ordine, efficienza, sicurezza, cooperazione;
in realtà è un paese parecchio confuso e sconclusionato.
In ufficio gettano i moduli sul pavimento, in fila non sai mai quando un cinese si introfulerà tra te e il cliente di fronte, per farsi ascoltare bisogna urlare, per aver ragione bisogna esasperare l’interlocutore, la pulizia è superficiale e siamo circondati da muri di cartone ed oggettistica (per la maggiore del tutto futile) in plastica.
Assomiglia ad uno dei tanti cartoni animati che la mia generazione ha divorato durante l’infanzia, dopo scuola ad ora di pranzo; classi con la lavagna verde ed i gessetti, il leggio di legno del professore, i tavoli piccoli ed allineati, i bagni turchi, la mensa, i distributori di acqua calda nei corridoi, il capoclasse, le gare sportive, le bacchette e il thé caldo, le ciotole di riso e gli occhi a mandorla.
Gli occhi tondi, la nostra prima diversità, sono subito seguiti dalla pelle bianchiccia e dai nostri dormitori.
Viviamo in appartamenti di oltre 60 metri quadri in camere arredate all’occidentale, televisore, divani e tavoli.
Gli studenti cinesi vivono in camere dalle quattro in su persone, letto a castello, bagno in comune, docce a 10 minuti dallo dormitorio.
Il nostro è un campus, grande quanto un piccolo centro cittadino, non manca niente: sportelli per prelevare, mensa, supermercato, negozi di vestiti, ristoranti, caffetterie, parrucchieri, posta, telefonia, sartoria…
Siamo abbastanza isolati dalla vera e propria città; dovremmo essere a Dalian, una delle città più moderne della nazione, nel Liaoning, regione a nord-est della Cina; in realtà siamo più vicini ad un altro centro, piccolo ma ordinato, Lvshun, dove gli studenti più intraprendenti si recano due o tre volte al mese a comprare qualcosa di più del solito cibo della mensa.
Nelle città i sottopassaggi sono contorti labirinti di negozi; piani e piani interrati di ristoranti, cartolerie, scarpe, vestiti, servizi da thé; qui la continua lotta al 便宜一点儿 pianyi yidia’r, che vuol dire “abbassa un po’ il prezzo!“, perché qualunque cosa ti vendano sono disposti a cedertela per quasi la metà del prezzo.
Alle volte per noi europei non è nemmeno così rilevante, dato il cambio favorevole è quasi sempre un ottimo prezzo, è soltanto una specie di “tradizione”, ci fa sentire tutti un po’ più cinesi.
Per le strade di paese ecco le abitudini del “popolo” (quello vero) cinese; essiccare il cibo sulle transenne o sulle scalinate in ferro, arrampicarsi sugli alberi per strada o scuoterli con dei bastoni per rubarne i frutti, sputare per terra, fumare nei locali chiusi, quantità di pesce, carne e frutta essiccata, mangiare frutta secca e gettare le bucce sotto il tavolo.
Potrei continuare a parlare di quanta fatica ci sia voluta per abituarsi al tempo, al cibo, agli orari, allo studio; dopo due mesi qui ancora mi sembra di non averci capito molto.
Qui noi stranieri siamo 外国人 waiguoren , letteralmente fuori/altro-paese-persone; siamo “altro da loro”, e non è stato difficile accorgercene.
Girare una pagina di calendario non è impegnativo. Ben altro discorso è ambientarsi in un paese dalla cultura tanto sorprendente quanto destabilizzante, e viverlo giorno per giorno, o quantomeno sopravviverci.
Mi sono data tempo per vedere Novembre, e per vedere la Cina.
Non mi resta che darmi ancora tempo, tanto tempo, per capirla.

Chiara Forlenza