Conosci te stesso: la mostra “Body Worlds” a Napoli

0
1128

Sicuramente una mostra consigliata a tutti gli amanti dell’eccezionalità. E’ questa, infatti, l’occasione per vedere un’esposizione che normalmente richiederebbe uno spostamento in Germania, Inghilterra, America, Cina o Giappone, mentre per la prima volta da quando fu inaugurata nel 1995 arriva in Italia. Precedentemente ha stazionato a Roma da settembre 2011 e prorogata, dato il successo, a marzo 2012 ed attualmente ospitata a Napoli. Io che ancora rimpiango di aver perso la mostra dell’Altare di Pergamo del 1996 – accuratamente smontato dalla sua sede berlinese per l’occasione e rimontato a Roma – non posso che mettere inizialmente in evidenza l’unicità nel vedere un’esibizione del genere.
Con questa premessa, è doveroso precisare di cosa si tratta. “Body worlds” è una mostra itinerante mondiale che prende origine dal metodo di “plastinazione” ideato dal dr. Gunther von Hagens, il quale adoperò per primo tale tecnica, permettendo appunto di “plastinare” i corpi umani, posizionandoli negli atteggiamenti più vari.
Si parla dunque di corpi veri, donati alla scienza tramite richiesta, e privati dello strato di pelle, in modo da mostrare muscolatura, ossa, organi e immobilizzati per sempre in pose particolari, mettendo in risalto le zone del corpo che normalmente si usano quando si pensa, si corre, si salta, si suona, si beve, e si fuma.
L’esposizione si trova attualmente nel Real Albergo dei Poveri, uno dei diversi palazzi-truffa di Napoli, con la sua facciata bianca, nuova e tirata a lucido, mentre l’interno è una rovina pressoché continua. A riprova di quanto sopra, all’inizio dell’orario di visita mostra vengo informato che dovrò aspettare un po’ per via della mancanza di corrente, e dunque il biglietto d’entrata non può essere convalidato. Passati trenta minuti seduto in attesa, mi mandano incontro una bella ragazza biondissima e sorridente dall’accento teutonico (sono furbi questi tedeschi), la quale mi informa che la corrente non sarà ripristinata entro la prossima ora e mezza, perché la pioggia della notte ha fatto saltare un po’ di impianti. D’altronde, c’è da alzare le mani: siamo solo nel 2012, mica nell’antica Roma che la pioggia sapeva incanalarla ovunque volesse ed eventualmente servirsene. Oggi come oggi, per queste impossibili gocce d’acqua possiamo fare poco e niente. Per la serie: bello che decidano di fare una mostra o un evento a Napoli, ma peccato che la facciano a Napoli. Decido quindi di rinunciare al primo tentativo, ripromettendomi di tornare l’indomani, e intanto mi consolo con il vicino Museo Archeologico Nazionale, che pure non se la passa tanto meglio (ma questa è un’altra storia).
Ritorno il giorno dopo con un certo timore addosso (ha piovuto di nuovo durante la notte e ho paura che al posto del Real Albergo ci sia solo un cumulo di macerie). Per mia fortuna non è così.
La mostra è ben concepita, con una divisione in settori funzionale. Si procede per grandi gruppi, per organi, per processi. Si parte dallo scheletro, per poi passare alla muscolatura, e ancora a nervi ed arterie. Esaustive, nel loro piccolo, le didascalie, che in maggior parte sono in italiano e inglese. Assenti gli altri idiomi europei, anche se tra i presenti che si trovavano con me in quell’orario morto, la metà erano stranieri (ovviamente) e per lo più francofoni (la progressista Francia con la sua tipica famiglia di genitori gioviali e bambini educatissimi che guardano, bisbigliano e si meravigliano sono sempre una piacevole compagnia). I visitatori italiani appartenevano in maggior parte ad un pubblico già abbastanza istruito in materia e composto dai vari & eventuali dotti, medici e sapienti.
Concettualmente, il tutto è articolato in due percorsi: un primo che ci porta alla scoperta del corpo umano sic et simpliciter, e un altro che ce lo presenta inserito nel vivere quotidiano. Così, accanto alla visione del singolo organo (e le sue eventuali varianti patologiche), lo vediamo in “funzione”, per così dire, nel suo contesto biologico. Cosa succede al deltoide quando giochiamo a tennis? Come funziona la colonna vertebrale quando ci chiniamo? Quali muscoli si tendono, sotto sforzo, mentre si esegue un velocissimo assolo di chitarra? Le risposte vengono rivelate all’occhio dello spettatore con una naturalezza e una semplicità che quasi fanno rimpiangere di non essersi iscritti a medicina (io per lo meno, l’ho pensato).
In linea di massima, è una mostra che si visita con lo stesso entusiasmo di quando si vede una puntata di “esplorando il corpo umano”. Per quanto preparati, c’è da imparare qualcosa sicuramente. E si impara senza sentirne il peso. Anzi, c’è quasi sempre quel sottile leit motiv di fondo che ti porta a vedere il tutto con lo stupore verso il bizzarro come se fosse un sideshow di fine ottocento.
Ma del sideshow fatto di fenomeni da baraccone e di uomini elefante non c’è nulla. Non c’è morbosità in quei corpi -seppur veri- smontati, rimontati, depellati, aperti. Semplicemente si staziona in quel limbo di medicina che agli occhi dei profani può forse fare impressione, ma che si tratta solo di normale biologia.
Non ho avvertito inquietudine, anche davanti a corpi sezionati. Per come è concepita e presentata, la mostra non ha altro fine se non la divulgazione scientifica, soprattutto verso i non addetti. Se poi la visione di corpi può infastidire o meno, dipende in parte da come la si prende, in parte dalla propria sensibilità. Sinceramente, trovo più disturbanti (e inutili) le porcherie artistoidi di Damien Hirst, con le sue mucche affettate e altri animali sotto vetro.
E’ una mostra più scientifica che artistica; anzi, di artistico (ricordando che “artistico” non intende solo quadri e statue) non ha quasi niente. Dico “quasi” perché è pur giusto ricordare che il cammino dell’arte occidentale nasce con lo scopo di racchiudere la forma umana nella pietra e nella tela. Una ricerca benedetta dal monito di Protagora secondo il quale “l’uomo è misura di tutte le cose”, e la ricreazione della vita umana in un manufatto è l’ossessione che il percorso artistico del nostro emisfero si è portato appresso fino a quando il Novecento non ha cercato di smontare questa convinzione a colpi di impressioni, cubi e linee astratte.
Mi piace quindi pensare a “body worlds” come la vendetta di quell’arte alla ricerca dell’uomo nei confronti del concettuale anti figurativo. Ed è una vendetta tutta moderna, che si allontana dai tradizionali pennelli, e piuttosto che lo scalpello dello scultore preferisce lo scalpello del medico (affascinante notare come il termine sia lo stesso). Inevitabile pensare al lavoro del chirurgo estetico, che “scolpisce” seni, labbra e glutei. Opera una limata qua, rifinisce qualche dettaglio lì ed ecco, infine, la bambola-statua di carne, perfetta e finta come gli antichi parenti di marmo.
Va detto che la mostra, nel corso del tempo, ha suscitato diverse polemiche, soprattutto per via di un mancato rispetto religioso per il morto e il corpo umano in sé. E qui bisogna tornare a quanto detto prima: è un’esposizione di natura scientifica. Giocare a far coincidere scienza e fede è sempre impegnativo e spesso impossibile. La migliore soluzione è affidarsi all’una o l’altra, evitando di sfociare nel dibattito sterile e ricordando che i corpi presenti sono donazioni volontarie di chi ha ritenuto giusto partecipare a questa sorta di esperimento collettivo. Sul motivo del perché una persona desideri questo, è inutile speculare: ogni singolo individuo ha una ragione ugualmente valida e ugualmente differente. Potrebbe perfino essere l’ingresso gratuito, riservato appunto a chi ha intenzione di donare il corpo alla mostra. E non si può biasimare chi lo fa: oggi come oggi 13 euro (il costo del biglietto) mettono il pranzo in tavola a più di una famiglia.