Dead can dance – la Morte ironica nell’immaginario medievale

0
971

 

Nelle terre germaniche si chiama totentanz, ma la prima a essere usata fu la sua versione francese, e cioè danse macabre, ed è uno dei temi iconografici più tipici del medioevo, e forse tutta l’essenza di quel periodo è racchiusa in questo simbolismo. Anche qui in Italia è variamente diffuso, dato che il lontano parente da cui nasce è del tutto italico. Romano, per la precisione. Il suo nome originale (latino, appunto) è memento mori, che in una maniera più o meno letterale traduciamo come “ricordati che devi morire”. L’immagine è tipica: uno scheletro, o solamente un teschio generalmente inserito nel quotidiano. A volte regge delle brocche d’acqua, altre ha in mano strumenti di lavoro (che a loro volta nascondono ulteriore simbolismo dietro), altre ancora si riduce a essere un mucchietto scomposto di ossa. Come a dire che questo destino – per nostra sfortuna e fortuna riservato a tutti noi – è una cosa che serpeggia continuamente nelle nostre vite, nei nostri momenti più intimi, perfino in quelli più  spensierati. Ma i Romani, come i Greci, avevano la fortuna di non essere cristiani, quindi per loro riempire angoli di strada e case con l’immagine di un teschio non era un monito severo e inquietante che faceva leva sulla debolezza degli uomini, quanto piuttosto un modo grottesco ma non macabro per esortare a godersi il momento (carpe diem, diceva Orazio e la sua lunga eco umanistica avrà come risposta un “di doman non c’è certezza” da Lorenzo de’ Medici) e, in fondo, anche come consolazione perché in un certo giorno ricchi, poveri, arroganti, sfruttati, operai, padroni, servi, generali, dittatori e cittadini saranno tutti uguali agli occhi del mondo (e qui la risposta appartiene al principe De Curtis con la sua “livella”). Da questo messaggio, come detto sopra, proviene la danse macabre o totentaz (rispettivamente “danza macabra” e “danza della morte”) medievale, vale a dire l’immagine iconica della morte, rappresentata come uno scheletro, che balla o suona un motivo al quale si uniscono persone di vari ceti sociali. Ma cosa c’è in questa allegoria? Sicuramente, essa nasce come morboso avvertimento ecclesiastico tanto verso i peccatori quanto i timorati di Dio (che inevitabilmente non erano mai abbastanza timorati); tuttavia, nel riflusso basso medievale, superata la paura dell’anno Mille, essa assume un carattere più giocoso, decisamente giullaresco nel senso più puro del termine. In sé intendeva racchiudere tanto il monito di inevitabile livellazione umana, quanto la visione goliardica sia dell’essere umano che della morte stessa. Non a caso, siamo in un periodo dove la Falciatrice è di casa, estremamente frequente e quindi inevitabilmente costante compagna di vita. E l’uomo medievale, che non era del tutto impreparato e ignorante così come si crede, preferisce dipingerla come una specie di amico con il quale ballare. Oggi diremmo un amico con il quale uscire e andare a bere qualcosa, ma, traslato, il senso è quello. Dunque la totentanz non diviene più un’immagine macabra (da qui la differenza teutonica dall’originale francese), quanto piuttosto una triste compagna con la quale ci si può anche scherzare. L’evoluzione stessa del tema – onnipresente nell’arte più di quanto si possa immaginare – lo dimostra. Dai codici medievali, passando per innumerevoli affreschi (tra i tanti, valga quello della Marienkirche a Berlino del 1485), bassorilievi, tele (nuovamente, tra le tante, “Der zug des todes” di Gustav Sprangeberg, 1876) fino ad arrivare alla musica (“Totentanz” di Liszt del 1859), e addirittura a Walt Disney (“The skeleton dance” del 1929) e Woody Allen (“Love and death” del 1975), nonché ovviamente al finale del capolavoro di Bergman, “Det sjunde inseglet” (“Il settimo sigillo” del 1957). Il concetto di morte come terrore supremo viene dunque sdoganato; secoli di arte e filosofia hanno raggiunto quella che è forse una delle verità più profonde dell’esistenza: il senso della vita è comprendere la morte, sentirsi in pace con essa senza paure e senza rimpianti. E magari farci un giro di danza.

Danilo D’Acunto