Discariche. Perché noi italiani siamo dei fuorilegge.

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“I rifiuti mandano un doppio crudele messaggio: ci dicono che le cose vengono usate con economica brutalità…, senza comprensione e sintonia, e che tutto ciò che non conserva l’abbagliante luccichio del nuovo di zecca è semplicemente da buttare. Che terribile oracolo: l’usa e getta come canone fondamentale della nostra società!” Alex Langer*

I libri, le riviste, gli articoli che parlano della tutela dell’ambiente non si contano. Tutti sono d’accordo quando si dice che la sopravvivenza dell’uomo è legata indissolubilmente a quella dell’ambiente in cui si vive, per cui la sua difesa supera ogni altro interesse particolare. Ma quando queste parole devono essere tradotte in azioni concrete, ci si tira sempre indietro e gli interessi economici e politici condizionano ogni scelta.

Fino a pochi anni fa, il sistema di smaltimento dei rifiuti solidi urbani (r.s.u.) in Italia era quasi completamente incentrato sullo smaltimento in discarica dei rifiuti prodotti. Ad oggi, le cose sono cambiate di poco, non essendo attuato ancora completamente il sistema integrato dei rifiuti e quindi…non essendo ancora integrato. La produzione e la gestione dei rifiuti negli ultimi decenni ha mostrato una crescita tale – dalla metà degli anni ’90, quella italiana è quasi raddoppiata – da farne uno dei problemi più urgenti per il futuro del pianeta. Oggi, infatti, la maggior parte finisce in discarica o viene incenerita.

Eppure un nostro illustre connazionale, ille Ronchi -del decreto legislativo 22/97 per intenderci- aveva fatto parlare di sé e del suo concetto di rifiuto come risorsa già nella seconda metà degli anni ’90 in mezza Europa. Da anni, infatti, l’attuale Unione Europea ha adottato il citato decreto come comandamento unico da perseguire affinchè, tramite una gestione integrata dei rifiuti, si proibisse lo smaltimento di r.s.u. “tal quale”, cioè privo di pretrattamento e differenzazione. Tutti i parlamentari che si sono succeduti al Governo Italiano hanno prorogato questo decreto e ora, oltre a multe salatissime comminate dalla UE, ne paghiamo le conseguenze ambientali.

Oggi, oltre che dei fuorilegge,  siamo quindi al paradosso: la UE ci obbliga al pretrattamento dei rifiuti prima di avviarli a discarica controllata, dopo aver seguito la strada indicata da un italiano.

Le famose “discariche”, infatti, per legge si dovrebbero chiamare discariche controllate…e questo la dice lunga sulla gestione tutta italiana dei rifiuti. Ma vediamo nei dettagli cosa sono davvero e come andrebbero utilizzate.

La normativa le suddivide in tre categorie: 1°categoria- vengono smaltiti i r.s.u. o quelli assimilati agli urbani; 2°categoria- rifiuti speciali inerti; 3° categoria- riservata ai rifiuti pericolosi, che, in quanto tali, devono sottostare a particolari norme di sicurezza. Nel caso di residui inorganici, la discarica controllata costituisce semplicemente un sistema di contenimento volto a minimizzare i possibili impatti sull’ambiente connessi alla lisciviazione e alla percolazione delle sostanze nocive. Nel caso, invece, di residui organici, la discarica svolge, oltre alla funzione di contenimento, un’azione di degradazione biologica anaerobica delle componenti biodegradabili del rifiuto (che danno origine a due tipologie di prodotto che devono essere a loro volta controllati e smaltiti: percolato e biogas.

Ma che senso ha smaltire in discarica anche la frazione umida? <<L’aver messo al centro del sistema una raccolta differenziata “spinta”, col porta a porta, ha fatto sì che le emergenze rimanessero “poche ed isolate”, ma tutto ciò risulterà quasi inutile se non lo si faccia seguire ad un ciclo integrato dei rifiuti>>, dichiara il vice Presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani. Ed è verissimo, perché la componente pericolosa della gestione di una discarica controllata è figlia diretta della frazione umida e del contatto con l’acqua dei rifiuti, della sua decomposizione e della sua immissione nell’ambiente. Il decreto Ronchi avrebbe previsto solo il 10% circa dei r.s.u. per l’avvio in discarica.  Oggi, invece, le nostre discariche sono dei grossi contenitori di rifiuto tal quale da cui non può essere recuperato nulla.

Il modo di farne uso non è discriminante sulla scelta del sito: essa ha un’importanza addirittura maggiore e dovrebbe essere il risultato di una serie di valutazioni socio-economiche, ambientali e tecniche che si inquadrino in una vera e propria analisi di impatto ambientale; tuttavia il più delle volte la scelta del sito è basata di fatto sulla mera disponibilità dell’area. E’ auspicabile che questo “criterio di selezione” sia superato e che la scelta del sito scaturisca da un’analisi interdisciplinare il cui unico scopo sia quello di individuare il migliore, per qualità, dei siti proposti, a distanza di sicurezza quindi da alvei di piena, punti di approvvigionamento di acqua e centri abitati. A tal proposito, alcuni aspetti sono di importanza prioritaria, quali: le caratteristiche stratigrafiche e morfologiche (perché la presenza di strati naturali a bassa permeabilità interposti tra il fondo della discarica e il massimo livello di falda, costituisce una ulteriore difesa naturale alla contaminazione della stessa) e le informazioni sulla falda (riguardanti principalmente la massima escursione e la presenza e la capacità di acquiferi utilizzati e/o utilizzabili come fonti alternative di acqua potabile). In merito a ciò, abbiamo un esempio di “scelta provvisoria” inadeguata e recente che ci riguarda da vicino: l’individuazione del sito di Serroni (Battipaglia). Scelta inadeguata, non perché è vicino alle “nostre case”, bensì perché il Comune di Battipaglia fa immettere nella rete idrica cittadina una cospicua quantità d’acqua proveniente dalla falda sottostante. Una decisione che potremmo definire di sostanza, perché mira al risparmio economico e allo sfruttamento delle risorse naturali. Ma ora si pensa all’inquinamento della falda sottostante, che rappresenta il serbatoio per una delle zone più floride d’Italia, la piana del Sele. Forse (?!?), oltre alla qualità di gestione, in Italia manca un po’ di pianificazione del territorio: è un mix che non possiamo permetterci.

Armando Falcone, direttivo circolo Legambiente Battipaglia

*Giornalista italiano, promotore di numerose iniziative

per la pace, la convivenza, i diritti umani e l’ambiente.