DISSESTO IDROGEOLOGICO

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Ormai tutti noi viviamo nei nostri 50, 100, 200 mq, percorriamo le nostre strade, pensiamo ai nostri problemi (che pur sono molti), ma ci siamo dimenticati di ciò che ci sta attorno, perdendo il senso dell’insieme. Così, quando una pioggia, che invece il senso dell’insieme ce l’ha eccome, colpisce un territorio, ci trova impreparati. Sono ormai vent’anni che il regime delle piogge è cambiato, ma noi italiani ce ne accorgiamo (o facciamo finta di farlo) solo nelle stagioni autunnali. Vere e proprie bombe d’acqua deflagrano in ogni zona del Paese: pochi giorni fa, circa 400 mm di acqua sono caduti in 48 ore in territori in cui ne cadono 1000 mm annualmente. Le cause del dissesto idrogeologico vanno ricercate, oltre che nei cambiamenti climatici (tali fenomeni accadevano anche in passato, solo con minor frequenza; l’energia termica aumenta la possibilità di fenomeni fuori scala), soprattutto nella speculazione agricola e in quella edilizia, cui spesso soggiacciono le amministrazioni compiacenti: addio a muretti, ai terrazzamenti, alla canalizzazione curata (insomma, addio a tutte le opere di ingegneria naturalistica che i nostri nonni conoscevano alla perfezione anche se non muniti del “pezzo di carta”) a favore di spianate di vigneti o magari di agricoltura industrializzata, che rendono di più; si è costruito dentro canali, impluvi, aree di golena. Non si può continuare a vivere in posti così pericolosi, dove ci si è insediati contro qualsiasi legge geologica e fisica. E’ una pretesa troppo grande. Nella penisola Sorrentina-Amalfitana non c’è nemmeno bisogno di un geologo per accorgersi dell’illogica antropizzazione. Ci sono comuni costruiti su alvei fluviali, come Atrani (sul fiume Dragone, proprio in provincia di Salerno) o, se ci dirigiamo più a nord, Borghetto di Vara (sul fiume Vara, da cui il nome, in provincia di La Spezia), che hanno subito esondazioni che hanno causato morti e disastri paesaggistici notevoli, in nome dell’incuria e dell’abusivismo. I fiumi erodono e depositano detriti, scavando ai lati di essi: sorvegliare i fiumi significa sorvegliare le sponde e il fondo d’alveo. La foto che vedete si riferisce a Grosseto e all’ultima alluvione che ha flagellato la Maremma, ma con l’80% del Paese a rischio dissesto idrogeologico, queste immagini potrebbero tranquillamente essere state scattate altrove anni fa o, purtroppo, potremo rivederle ancora. Grazie alla tecnologia possiamo monitorare le precipitazioni, come grazie all’ingegneria siamo in grado di prevedere le piene dei corsi d’acqua, ma il modo barbaro di costruire su un territorio già di per sé inadeguato (abbiamo più km2 edificati che in qualsiasi paese europeo) è un mix micidiale che possiamo ancora attenuare o, meglio ancora, evitare: la madre terra non ha ancora deciso per noi. La difesa del suolo, il buon governo del territorio deve essere la priorità. Sebbene un paradosso italiano sia quello per cui le spese per le cosiddette emergenze (ormai più puntuali dei trasporti pubblici) continuino ad aumentare e i fondi per evitarle a diminuire, in regioni come la Campania sono stati stanziati 5,2 mln in interventi urgenti per la messa in sicurezza del bacino del fiume Sele e di altre zone a rischio, già interessate da esondazioni e da alluvioni. Ad ogni buon modo, organizzare servizi ambientali, che aumentano l’occupazione in modo stabile, assicurando la fruizione di luoghi spettacolari a livello naturalistico, è possibile; ma bisognerebbe cominciarne a parlare prima delle elezioni, o se preferite delle primarie, e non dopo le alluvioni. E, per favore, evitatemi di ascoltare discorsi su TAV o ponti sugli stretti perché prima di costruire dovremmo farci trovare più umili davanti alla natura. Armando Falcone – Direttivo Legambiente Battipaglia