Due parole sul teatro

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Circa 2500 anni fa in una città greca di nome Atene si avvertì l’esigenza di inventare un genere letterario del tutto nuovo, capace di esprimere la conflittualità, di educare ma soprattutto in grado di rappresentare la realtà come pluralità discorde di punti di vista: si inventò il “teatro”, cioè la tragedia, la commedia e il dramma satiresco. Il pianto e il riso fanno il loro debutto sul palcoscenico della Storia. Il termine thèatron, connesso a teàomai, “guardare”, per gli antichi Greci indicava solo il luogo fisico da cui si guardavano le tre forme dell’arte drammatica citate sopra. Nell’Atene di Pericle il teatro sorgeva all’aperto, nell’area del santuario di Dioniso (dio del teatro) ed era formato da uno spiazzo semicircolare, “l’orchestra”, il luogo deputato alla danza (da orkèomai, “danzo”, spazio dove si disponeva il Coro) e intorno a semicerchio le gradinate per gli spettatori che costituivano il kòilon, la càvea latina (il cui nome originario era proprio thèatron) e cioè i settori in cui si disponeva il pubblico. La càvea era attraversata verticalmente da scalette, klìmakes, che la dividevano in più settori a cuneo. Da qui si potevano scorgere contesti naturali suggestivi come, ad esempio, il mare a Siracusa, l’Etna a Taormina, la ricca vegetazione a Epidauro. Guardando dalla cavea oltre l’orchestra si vedeva la skenè, la nostra scena, che significa letteralmente “tenda”, perchè originariamente era una pedana di legno e tendaggi. Il fondale era fisso: un portico con una o tre porte; non v’era sipario, nè quinte, nè scenografia.

Da un punto di vista socio-culturale, le rappresentazioni teatrali antiche non erano, come oggi, un semplice spettacolo mondano, organizzato per divertire o distrarre, ma avevano anzitutto un carattere rituale e formativo: chiamavano il pubblico a meditare sul significato dell’esistenza, a riconoscere il limiti oltre i quali l’azione umana può incorrere, anche se involontariamente, nell’errore. Questa funzione educativo-formativa era perfettamente chiara ai contemporanei e dal momento che caratteristica fondamentale del teatro era (ed è) la pluralità dei punti di vista, spesso in contrasto tra loro, essa rivestiva (e ad Atene lo rivestiva) un altissimo valore politico. Attraverso la molteplicità dei punti di vista e il conseguente dibattito, la comunità cittadina si interrogava, verificando e rafforzando anche la sua coesione. Le rappresentazioni avevano, inoltre, un carattere competitivo, assente in quelle moderne. Ammessi all’agone teatrale erano tre poeti tragici e cinque poeti comici. I poeti tragici presentavano ciascuno tre tragedie e un dramma satiresco; i poeti comici presentavano una commedia ciascuno. Dopo la rappresentazione delle opere, una giuria di cittadini estratti a sorte assegnava i premi. Tuttavia il mestiere dell’attore non era visto molto di buon occhio. Lo stesso nome che indicava l’attore in greco si pronunciava ypokritès, cioè “colui che recita, che finge”, vale a dire “ipocrita” (da cui deriva il termine ipocrisia). A riguardo un ruolo fondamentale era rivestito dalla maschera. È l’elemento fisso, immobile, lo strumento che permette la separazione dal quotidiano, consentendo di diventare “altro”; l’oggetto affascinante e misterioso che ci permette di vedere ma di non essere visti. Nel teatro (ma anche nella vita) è il mezzo che ha come obiettivo principale la moltiplicazione dei ruoli, dei personaggi, dei caratteri, amplificando la personalità. Laddove il corpo si arresta, la maschera sembra dire: “Va’ avanti, prosegui”.

Quante maschere e quanti personaggi ci ha regalato il teatro greco, soprattutto nei suoi tre maggiori tragediografi. Basti pensare agli eroi di Eschilo, vittime di un ineluttabile destino, consapevoli che “chi agisce subisce” o ai personaggi di Sofocle, rocciosi e impenetrabili che, dominati da una passione estrema, non recepiscono le voci altrui e marciano risoluti e incapaci di compromessi verso il proprio destino, quasi sempre terribile; e infine gli eroi di Euripide che, perennemente lacerati da tensioni etico-psicologiche, piegano al dubbio e alla metamorfosi di sé e lungo il loro cammino tentennano e si contraddicono.

Vladimiro D’Acunto

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