“Fortunae rota volvitur”

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Gennaio 2013. Periodo di lotterie, ma anche di nuove speranze nella felicità, nel benessere, nel (ri)cominciare un anno assistiti possibilmente dalla compagna che si vorrebbe avere eternamente accanto a se: Fortuna.

I Greci la identificarono, soprattutto in età ellenistica, con la Tyche e personificava, più che altro la sorte o il destino dell’individuo. Di origini marine, la figlia di Oceano e Teti, in seguito fu considerata anche protettrice dello Stato e ogni città greca le eresse un tempio. L’iconografa tradizionale la raffigura con in mano il corno dell’abbondanza o con il piccolo Plutos, dio della ricchezza, fra le braccia. I Romani, invece, la chiamarono Fortuna, culto italico antichissimo introdotto a Roma, sembrerebbe, da Servio Tullio. Essa presiedeva al destino, alla fecondità e al benessere dell’umanità e le erano consacrati numerosissimi templi. In contesto italico-romano Fortuna era raffigurata con l’aspetto di una prosperosa matrona appoggiata a un timone oppure come una giovane donna bendata in equilibrio su una ruota alata; altri simboli e attributi tradizionalmente associati ad essa erano il globo, la cornucopia, la prua di nave e, a volte, anche il caduceo (noto bastone munito di 2 ali con due serpenti avvolti ad esso e associato sia al dio Hermes che ad Asclepio, anche se con un solo serpente per quest’ultimo). Come non ricordare i Carmina Burana di Carl Orff, compositore tedesco che nel 1937 decise di musicare alcuni testi di poesia appartenenti ad un manoscritto del XIII secolo e denominato Codex Buranus. Il Codice era conservato nel Convento di Benediktbeuern (il nome originario, nel 740 d. C. era Bura Sancti Benedicti), oggi è possibile ammirarlo nella Biblioteca Nazionale di Monaco di Baviera. L’espressione Fortunae rota volvitur, cioè “la ruota della Fortuna è girata” (intesa anche come Sorte), campeggia in questi stessi Carmina e la veridicità di questa massima è confermata innumerevoli volte nel corso della vita quotidiana di ognuno di noi.

A riguardo, da un punto di vista più filosofico, mi piacerebbe affrontare questo tema in compagnia di un signore di nome Seneca che in una Roma d’età imperiale riteneva che i destini dell’uomo fossero in mano a una forza superiore in grado di gestire e stabilire in maniera autonoma e sulla base di leggi imperscrutabili gli accidenti (positivi o negativi) a cui deve piegarsi di volta in volta un individuo. L’umanità, secondo Seneca, nonostante cerchi con tutti i mezzi di sottrarsi (o regolare magari a proprio favore) ai dardi di questa forza superiore (destino, sorte, fortuna, dirsi voglia), essa è sempre capace di colpire inevitabilmente e improvvisamente. La consuetudine a vivere momenti favorevoli o nei quali alberghi serenità, non può autorizzare a ritenere che il corso degli eventi sia sempre propizio, dal momento che la Fortuna osa su tutto. Ma come è possibile evitare spiacevoli sorprese o, almeno, rimanere sereni e con i nervi saldi una volta di fronte a esse? Il buon Seneca suggerisce di stare vigili e di avvertire in qualsiasi momento l’eventualità di un imprevisto. Si tratta della famosa praemeditatio, ovvero una riflessione, una “meditazione preventiva”. Per dirla alla maniera sanscrita, una specie di mantra, cioè “strumento del pensiero”, che dovrebbe accompagnare quotidianamente l’individuo. Il farmaco del vivere sereni, dunque, sia la consapevolezza senechiana che “la Fortuna non concede nulla in proprietà assoluta” e quanto faticosamente sia stato costruito potrebbe sempre crollare rovinosamente da un momento all’altro, senza ritenere che il destino sia avverso a noi, ma considerare semplicemente il ritmo alterno che governa le vicende umane.

Vladimiro D’Acunto