Giffoni non delude mai! (riassunto dell’edizione 2014)

0
568

 La parola chiave è “amore”: non è stato solo il tema dell’edizione 2010, ma è, a detta del direttore Claudio Gubitosi, il sentimento che guida da sempre il Giffoni Film Festival. E proprio come l’amore, quello che ormai è diventato il Giffoni Experience non ha una definizione che ne spieghi pienamente tutte le implicazioni. La definizione di “esperienza Giffoni” vuole indicare esattamente questo: la pluralità di sentimenti e stimoli, di “esperienze”, appunto, che il Festival rappresenta per la cittadina picentina e per le migliaia di persone provenienti dai più remoti angoli del mondo che l’affollano ogni anno.

Giffoni è cinema, certo, ma è anche incontro, Scoperta, abolizione di Confini; è spettacolo e intrattenimento, musica in tutte le sue forme, è la gioia dei bambini, Energia, Desiderio, Miti e maestri… e molto altro: un’impresa culturale, un motore economico per la regione e turistico per il territorio, una vetrina per giovani artisti e innovatori, come pure per attori, registi, musicisti e poeti importantissimi nel panorama internazionale.

Il messaggio che con questa edizione si è voluto lanciare è stato “be different”, non solo nel senso letterale di “essere differenti”, ma anche col significato di cogliere la diversità come una grande opportunità, piuttosto che come un ostacolo. Cosa che però a Giffoni si è sempre fatta, ragion per cui il tema non spicca al confronto con quelli del passato, ma si distingue invece per il grande spunto che ha dato alle parole di tutti gli ospiti intervenuti.

Dal burbero professor Piton della saga di Harry Potter (al secolo Alan Rickman, straordinario interprete di molti altri ruoli) al “Pretty” Richard Gere, – venuto in veste di padre, accompagnato dal figlio adolescente – nessuno si è risparmiato nell’incontro con i giurati e con i giornalisti. Da oltreoceano sono poi arrivati il giovane attore della serie tv “Teen Wolf”, Dylan O’Brien, Lea Michele, protagonista di “Glee” – la serie che ha fatto impazzire tutto il globo, giunta ormai alla sua ultima stagione – e Matt Bomer, talentuoso interprete fresco di premiazione come miglior attore non protagonista in “The normal heart”, nonché esempio, col suo compagno, per le comunità LGBT. Presenza per la prima volta significativa è stata quella degli “youtuber”, dai Nirkiop a Di Biagio/Vecchi, passando per il casertano Frank Matano e i napoletani The Jackal, il web sembra essere a buon punto per la conquista di un pubblico sempre più simile a quello dei “vecchi media”.

Indimenticabili poi i protagonisti della tv e del cinema italiani, tra cui la splendida Margareth Madè, la “hollywoodiana” Marta Gastini, il “bambino” Cesare Bocci [foto], il più serioso e affascinante Marco Bocci, il regista del “different” Ferzan Ozpetek, la straripante Giulia Michelini (Squadra Antimafia), l’esplosivo Paolo Ruffini e il cast completo dell’amatissima serie “Braccialetti Rossi[foto], accompagnato dal regista Giacomo Campiotti e da

Albert Espinosa [Foto e approf.].

Con gli artisti nostrani si è avuto modo di riflettere, tra le altre cose, sulla situazione del cinema italiano e sui cambiamenti in esso avvenuti negli ultimi anni, di cui attori e registi hanno portato testimonianza. Ornella Muti, Claudia Gerini e Isabella Ferrari hanno confermato che, dall’inizio della loro carriera il panorama si è impoverito e i produttori in particolare tendono a “rischiare” sempre meno.

Voce fuori dal coro in questo senso è stato Sydney Sibilia, giovanissimo regista della commedia “Smetto quando voglio”, inerente al tema della precarietà dei laureati italiani. Sibilia ha raccontato di non aver trovato grossi ostacoli alla realizzazione del suo film: il problema, dice, sta anche nella mancanza di proposte originali e valide dall’altra parte. Certo questo non è il caso del “festival più necessario” (nella nota definizione di François Truffaut): oltre a Italia Camp, in questa edizione c’è stato il Giffoni Innovation Hub, senza contare i tanti giovani che hanno trovato posto al Giffoni Lounge Experience e al Festival Diffuso. Insieme raccoglievano almeno una cinquantina di “esperienze extra-rassegna” davvero per tutti: artisti di strada, presentazioni di libri, laboratori per i bambini, teatro e così via.

Di teatro si è parlato pure in sala, con Marco D’Amore (da “Gomorra – La serie”) e Francesco Arca (che lo sogna dai tempi del salotto della De Filippi); ma soprattutto la musica l’ha fatta da padrona. I Negramaro, Giorgia, Rocco Hunt (il salernitano che ha conquistato il teatro Ariston), Emis Killa, Coez – Gemitaiz & Madman e una lunga serie di dj hanno riempito lo stadio comunale Troisi e fatto ballare decine di migliaia di persone. I primi, in particolare, si sono prestati nel pomeriggio a una intensa sessione di domande e risposte coi giurati – il loro leader Giuliano lo aveva promesso l’anno scorso – e poi hanno preparato per lo spettacolo serale un omaggio al Sud, con la collaborazione di Marco D’Amore e Salvatore Esposito (anche lui nella fortunata serie di Sky).

Il rapper Guè Pequeno, che quest’anno non si è esibito in concerto, è comunque passato in sala per rispondere alle domande dei ragazzi, assieme a Lorella Boccia e Ryan Guzman, con lui nel film “Step Up All In” proiettato in anteprima proprio per loro.

Oltre al quinto film della saga sul ballo, infine, in Sala Truffaut sono stati proiettati, in anteprima nazionale, “Colpa delle stelle” attesissimo film tratto dal libro di John Green, “Tutto può cambiare”, con le star Keira Knightley, Mark Ruffalo e Adam Levine, e “Si alza il vento”, il film che il maestro Miyazaki ha presentato a Venezia, prima di annunciare il ritiro dallo schermo.

Il bilancio di quest’anno, che il direttore Gubitosi stesso ha reso pubblico lo scorso 27 luglio – ultimo giorno della manifestazione – nella conferenza stampa conclusiva, è strabiliante. Poche cose più chiaramente dei numeri possono spiegarlo: 3500 giurati provenienti da 40 nazioni e da 160 città italiane; 5 mila persone solo per i Meet&Greet con gli ospiti, la cui diretta live ha avuto 12 milioni di spettatori on line; ben oltre 100.000 “like” su Facebook e interazioni quotidiane alle stelle – il Festival più “social” del mondo – ma tante presenze anche “fisiche”, decine di migliaia di bambini e ragazzi con le loro famiglie divisi tra le tre sale cinematografiche, la Cittadella, lo stadio e tutte le altre location sparse per il paese.

Un festival, dunque, che dimostra i suoi 44 anni, pur avendo ancora tanta voglia di crescere.

 

 

 

 

“La prima scoperta che ho fatto grazie al cancro è che le perdite sono positive” dice Albert Espinosa, lo scrittore barcellonese de “Il mondo giallo”, da cui la tv spagnola e la Rai hanno ricavato le loro serie “Pulseras rojas” e “Braccialetti rossi” – quella statunitense, “The Red Band Society”, è in lavorazione per la Fox ed è firmata Steven Spielberg. “Ho perso una gamba, ma ho guadagnato un moncherino; ho perso un polmone, ma ho imparato che possiamo vivere con la metà di ciò che abbiamo; mi hanno asportato una parte di fegato a forma di stella e ho scoperto di avere uno sceriffo dentro di me!” prosegue, sorridendo ai ragazzi, lo scrittore che continua a definire i suoi dieci anni di lotta al cancro come “felici”. È stata senza dubbio una fortuna – ed è lui stesso ad ammetterlo – avere la possibilità di passare “da una piccola stanza d’ospedale al grande schermo”. Su questo schermo in particolare, però, ci era già stato, dieci anni fa. Nel 2004 – chi c’era lo ricorda – un film trionfò nella categoria “Free To Fly”: era “Planta 4a”, diretto da Antonio Mercero e incentrato sull’amicizia dei “Capelloni” del reparto oncologia di un ospedale iberico. A quel “Quarto piano” c’erano stati dei ragazzi in carne e ossa: i “veri braccialetti rossi”, capitanati dal giovanotto Albert, che poi ne avrebbe ricavato una sceneggiatura cinematografica in grado di lasciare il segno nel cuore di tanti ragazzi. E sempre alla sua esperienza Espinosa continua a ispirarsi, sfornando nuovi lavori: dopo i Braccialetti, si dedicherà ai ragazzi con problemi mentali e sarà di certo bello perderci ancora nel suo “mondo giallo”.

 

 

Chiara De Rosa