Ginestre & Telai

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Sono sempre stata affascinata dai tessuti, dai fili che intrecciandosi in trama e ordito compongono mille disegni e mille colori e soprattutto, sin da piccola, mi ha particolarmente incuriosita l’ artistica tecnica del telaio.
Fin dall’antichità, abbiamo testimonianza di tentativi di processi di tessitura, ideati dall’uomo in alternativa agli indumenti in pelle animale (basti pensare alle incisioni rupestri in Valcamonica, dove veniva rappresentato un telaio a peso). Col tempo quest’arte si è andata affinando, anche attraverso la scoperta e la sperimentazione di fibre tessili vegetali, che già nell’antica Roma si avvaleva di ricami preziosi e fortemente artistici.
In un passato più recente, l’arte del telaio divenne più un’esigenza pratica che una forma di espressione creativa (fig. 1).
Con l’avvento della modernità e delle grandi produzioni industriali, la tessitura a telaio rimase il riferimento tessile per le famiglie meno agiate e per tutti gli amanti delle tradizioni antiche. La tessitura, divenne una delle attività più diffuse, soprattutto nei paesi e nelle campagne. Alle donne veniva tramandata l’arte della tessitura, e fin da piccole imparavano a lavorare al telaio: spesso diveniva addirittura parte della dote della sposa! Molte le manifatture e tutte di estrema bellezza; una bellezza semplice, essenzialmente naturale, ma di grande valore sia artistico che emozionale. Veniva realizzato di tutto, prevalentemente elementi per la dote della futura sposa, quindi coperte, lenzuola, asciugamani e tappeti; anche la campitura era ricca di policromia, di forme e di geometrie, artisticamente elaborata… disegni e pattern che oggi ispirano molti stilisti per la creazione dei loro tessuti e delle loro stampe.
Le materie prime usate erano le classiche fibre naturali: il cotone, la lana, il lino, coltivato e lavorato con grande impegno dai contadini dalla semina alla tessitura, ma tra le fibre quella maggiormente utilizzata era la Ginestra (Spartium junceum, fig. 2).
Molto diffusa nel nostro territorio, produceva una fibra grossolana per tessere sacchi, bisacce e tele per il trasporto dei prodotti agricoli e, durante l’ultima guerra, anche indumenti, a causa della scomparsa dal mercato delle fibre più nobili come il cotone e il lino.
Il periodo della raccolta della ginestra era previsto nella stagione estiva, durante i mesi di giugno, luglio, agosto e settembre. Affinché la lavorazione risultasse ottimale era necessario che le piante fossero colte tenere; la pianta non doveva aver superato l’anno di crescita. Quindi falciata e assemblata in piccoli fasci, si inseriva in un calderone con dell’acqua bollente (circa 100°) e si sbollentava leggermente. Terminata tale cottura, si passava alla fase di ammollo. I mazzetti dovevano restare in ammollo, sotto acqua corrente per nove giorni e sotto un peso che ne impedisse la mobilità.
Trascorsi i nove giorni, si procedeva allo strofinamento dei fasci di ginestra nella sabbia, sfaldandola così in tanti filamenti, raggruppati poi sotto forma di palla. Quest’ultima immersa nell’acqua e ripetutamente battuta con una mazza di legno, diveniva un insieme omogeneo. Si giungeva così alla fase finale, ossia la filatura: la trasformazione in gomitoli del filato. Caratteristica e molto laboriosa era la sua produzione, che prevedeva ben quattordici passaggi prima di arrivare alla realizzazione del prodotto finito.
Oggi, forse più di allora, considerando l’attenzione del sistema moda per la natura e il riciclo e gli atteggiamenti decisamente eco-friendly dei famosi marchi che lo rappresentano, le manifatture in ginestra sono molto apprezzate e ricercate, non solo per la loro resistenza e durata, ma soprattutto per la naturalezza che esprimono e che rimane assolutamente e indubbiamente unica nel suo genere.

di Rita Mazzeo

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