Il destino e la fortuna per i babilonesi…

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Il destino spesso si confonde con la fortuna, come se questa avesse al suo interno la componente della fatalità.
Anche per i babilonesi era così; si ritenevano fortunati se avevano gli dei dalla loro parte ma spesso essi sembravano importarsene poco dei loro fedeli comuni mortali e il malcontento che ne derivava, portava i credenti a pensare che non si può parlare di fortuna ma soltanto di destino.
Questa sfiducia verso le divinità ci è giunta attraverso alcuni testi letterari.  Esemplare a riguardo è il Dialogo sulla miseria umana, chiamato anche l’Ecclesiaste babilonese, in cui un fedele servitore degli dei, li accusa di avergli elargito la miseria anziché la ricchezza e le linee 267 ss. del componimento dicono: “Il malfattore è giustificato e il giusto è cacciato. Il bandito riceve l’oro e il debole resta affannato. La potenza del malvagio viene rafforzata, mentre l’infermo è mandato in rovina, il debole è abbattuto” (la traduzione del passo è tratta da Storia delle credenze e delle idee religiose vol.1, M. Eliade, BUR 2008).

Il credente si sente abbandonato dalla divinità ma nonostante ciò ha grande premura nel fare  riti, presagi e tecniche divinatorie in cui cerca un supporto dal futuro che spera sia fortunato e pieno di gioie. I babilonesi ritenevano dunque che il futuro poteva essere predetto leggendo i presagi, tra questi i più praticati erano: l’extispicina, ovvero l’analisi delle viscere degli animali (fig.1 modello di fegato di pecora in argilla) e la lecanomanzia, la lettura dei segni che forma l’olio immerso in una coppa d’acqua. E non è un caso che l’astrologia può considerarsi figlia della cultura babilonese e mesopotamica in generale. Si riteneva che l’uomo non era un entità separata dagli dei e dai ritmi cosmici, ma che anzi entrambi esercitavano delle influenze su di lui (fig.2 presagi celesti). Essendo diffusa questa credenza, si usavano amuleti metallici perché ogni metallo era associato ad un divinità che a sua volta era legata ad un pianeta.

I babilonesi erano quindi convinti che decifrando i segni, predicevano il futuro e riuscivano a sapere se fosse stato fortunato o meno. Di certo non furono gli unici in passato ad essere convinti di ciò e anche noi “uomini moderni” cerchiamo rifugio nei presagi, sperando di trovare una soluzione ai nostri problemi o un segno che ci chiarisce l’incerto futuro. Con l’anno nuovo, gli oroscopi abbondano (e anche le preghiere), le credenze quali quelle di mangiare lenticchie a Capodanno per avvicinare a noi la fortuna (r)esistono nel tempo ma in fondo ci sentiamo tutti come quel fedele babilonese, i nostri sforzi sono vani perché è sempre il ladro a far da padrone e fin quando non avremo consapevolezza che il sovvertimento di tutte le ingiustizie dipende solo ed esclusivamente da noi stessi, sarà sempre così!

 Fausto Mauro