Il farmaco dell’esistenza

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“Persino i canuti nonagenari al suono della tarantella gettavano le loro grucce e, come se per le loro vene scorresse un liquore incantato capace di far ringiovanire, associavansi ai più bravi ballerini”

A. Martin

 

La danza. Una delle invenzioni più antiche dell’umanità. Mi piace immaginare che già dalla scoperta del fuoco e immediatamente dopo averne capito l’utilità qualche primitivo abitatore della terra si sia messo a danzare o, almeno, ad inscenare una sorta di danza.

La parola “danza” si coniugherà presto con “musica” ed entrambe avranno significati ben precisi, rituali. Diversi popoli ballano e cantano ancora oggi a scopo propiziatorio e apotropaico (=allontanare il male) per far crescere le messi, servendosi anche della musica, del canto e della magia.

In molte società antiche e moderne, forse in tutte, esistevano ed esistono persone che ravvisano nella danza rituale un’esperienza mistico-religiosa, perché attraverso il movimento corporeo e l’esercizio dei muscoli si arriva ad attingere al divino, lo si conosce e si “socializza” meglio con esso. Non è un caso che, come recita la massima di un anonimo saggio musulmano, chi conosce la potenza della danza dimora in Dio. Ma questa stessa potenza è una forza pericolosa. Come negli altri casi in cui ci si abbandona a se stessi, è più facile cominciare che fermarsi. A riguardo mi vengono in mente le parole di una canzone di Vinicio Capossela, Il ballo di San Vito, precisamente il ritornello stesso: “…ho il ballo di San Vito e non mi passa”.

Il desiderio di danzare a più non posso, specie in musiche come la pizzica e la taranta, spesso arriva ad impossessarsi della gente senza che la mente lo consenta in maniera consapevole. Il pensiero vola in maniera naturale e spontanea ai balli pugliesi e alle terre del sud d’Italia e quindi alle sagre, alle feste, ai borghi che specie – e forse solo – il nostro Sud è in grado di realizzare e di offrire in modo semplice, diretto, coinvolgente. Scenari che potrebbero riportarci addirittura ad alcune scene riprodotte sui vasi a figure nere dell’antica Grecia o al mondo drammaturgico greco e magno-greco fatto di cori e di “orchestre” (da orchèomai = “danzare”) o scene pittoriche dove danzatrici come Mènadi dionisiache giacciono prive di sensi, calpestate addirittura da altre Mènadi danzatrici. Basti pensare alle parole di Penteo, re di Tebe che nelle Baccanti di Euripide sottolinea come la danza sia fortemente contagiosa e infiamma subito gli animi: “…ecco qui, subito divampa come fuoco la dismisura delle baccanti”. È esattamente la parola giusta: “dismisura”, da intendersi come una non, o meglio, una contro-misura”; andare al di là e contro ciò che è metro, equilibrio, oltrepassare il razionale o la contingenza e quindi, attingere alla sfera divina. Ma attenzione, come la danza e la musica sono la via per arrivare ad una dimensione oltre-umana – Nietsche direbbe “super-omistica” – allo stesso modo rappresentano l’unica chiave per riaprire e far ritorno alla porta della realtà e quindi alla dimensione terrena e razionale. Danza e musica vanno di pari passo e sono intese come catarsi, cioè come percorso spirituale e purificatore dell’anima e della mente. Non è un caso che addirittura i nomi di Muse, metafora di equilibrio esistenziale e armonico, contengano dei riferimenti sia alla danza che alla musica: Melpomene, “che canta danzando”, Tersicore, “colei che gode delle danze”, Polinnia, “dai molti inni”, Euterpe, “che rallegra piacevolmente”. Nomi stupendi e meravigliosamente evocativi.

C’è tutto questo (e altro ancora) in danze come la pizzica, la taranta o la tammurriata. Un patrimonio oserei dire ancestrale, di precisa derivazione greca per strumentazione (strumenti a percussioni e a corde), gestualità, ritmo, molto probabilmente riconducibile al dio della libertà esistenziale e frenetica di nome Dioniso. Un patrimonio musicale e coreografico da intendersi come “farmaco” per alleviare e, nella più felice delle ipotesi, guarire il nostro umano dolore.

Vladimiro D’Acunto