Il ‘revisionismo storico’ longobardo nel Chronicon Salernitanum

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Il Chronicon Salernitanum, l’opera anonima e fonte primaria che descrive i tentativi messi in atto dai Longobardi a partire da circa la metà dell’VIII secolo per impossessarsi di Roma e l’intervento di Carlo Magno in difesa del papa con la conseguente fine del regno dei Longobardi e le lotte intestine alla Langobardia Minor, è un misto di episodi reali, verosimili o anche immaginari e legati alle tradizioni popolari riguardanti i principali personaggi dell’epoca, tra cui personalità di spicco come Carlo Magno e Paolo Diacono. La concezione dell’autore del Chronicon è quella tipica dell’autore storico medievale, ed in alcuni casi (non è da escludere, e non ci sarebbe da esserne sorpresi) egli potrebbe anche aver celato alcuni episodi reali con elementi finti a cui lui stesso, dopo averli inventati, dimostra di credere.

Come esempi esemplificativi di questo intenzionale ‘revisionismo storico’ riportiamo di seguito due delle tre figure principali (oltre Arechi II) della prima parte della cronaca, Carlo Magno e Paolo Diacono, tanto in ombra e di scarsa popolarità dal pubblico dell’epoca quanto ‘perdonati’ e messi in buona luce per le loro virtù dall’autore ‘revisionista’.

Il Chronicon riporta – simulatum mendacium – che Carlo Magno passò l’ultimo periodo della sua vita come monaco nell’abbazia di Montecassino.

«Seguì l’umiltà, che è la fonte di tutti i beni e alla fine ebbe un ottimo vantaggio [:la santità]» Chr. Sal. pr. 33

Da dove nasce questa invenzione del cronista. Carlo Magno – che ricordiamo, era morto ad Aquisgrana – in quel periodo era già venerato come santo (e lo sarebbe stato ancora per un millennio fino a quando Pio IX restrinse il suo culto ad Aquisgrana), ma la sua figura non poteva che suscitare disprezzo nei Longobardi: ancora nel X secolo essi non avevano dimenticato i racconti delle guerre condotte da lui contro i Longobardi del Nord Italia, antenati di una parte di quelli che si trovavano ora nel Sud, nonché dei massacri e degli eccidi di cui si era macchiato. Nessuno lo aveva dimenticato e, in fondo, a loro non doveva ispirare tutta questa devozione.

Proprio nell’ambito della devozione religiosa interviene il cronista, che cerca di correggere il giudizio popolare per renderlo conforme alla mentalità del tempo. Nel X secolo si riteneva che la santità fosse prerogativa dei monaci (per via del loro vivere), e molto diffusa era la superstizione che bastava morire in un monastero per andare in paradiso: anche i Longobardi non furono da meno, e non mancano in tal proposito cronache che narrano di principi longobardi che cercarono – con esiti diversi – di giungere in questi luoghi sacri o dopo aver compiuto qualche azione che aveva suscitato rimorso (Radelchi dopo aver assassinato Grimoaldo IV) o prima di morire (Guaiferio). Far morire il re dei Franchi in un monastero significava una certa assimilazione, sia politica che religiosa, agli stessi governanti longobardi.

La leggenda di Carlo Magno fa da sfondo ad un altro episodio fondamentale della cronaca, l’arrivo – verosimile – di Paolo Diacono (nobile longobardo, monaco e famoso storico, autore della Historia Langobardorum) a Salerno. Come Carlo, anche Paolo Diacono non è ben visto dalla popolazione longobarda e, come per Carlo Magno, la sua figura e gli elementi delle sue vicende, per quanto non reali, sono frutto di un complesso procedimento storiografico. A Paolo Diacono veniva rimproverato l’aver abbandonato l’ultimo re Desiderio per trasferirsi alla corte dei Franchi anziché rifugiarsi a Benevento, preferendo quindi i privilegi all’esilio. L’anonimo cronista fa vestire a Paolo i panni della “spia” (che fa buon viso a cattivo gioco, che cerca di uccidere Carlo, che fa spassionate dichiarazioni di fedeltà al re longobardo, che avverte Arechi dell’imminente arrivo dei Franchi), e cerca pertanto, con un certo distacco, di riabilitarne la figura. E qui torniamo a quanto detto prima parlando di Carlo Magno: l’essere monaco – e Paolo lo era – non era forse vista come un elemento di santità? È chiaro perciò che, in questo caso, il rancore dei Longobardi superasse questa credenza, e le fantasie non sono altro che un mero tentativo di tramandarne un buon ricordo. Infatti già pochi anni dopo, con il principe Grimoaldo III salito al trono proprio con il benestare di Carlo Magno, i Longobardi tornarono ad essere tra i più fieri oppositori alle mire espansionistiche dei Franchi in Italia meridionale.

Fonti: U. Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma 1956; A. Carucci, Schemi di arte e di storia, Salerno 1992; M. Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972.