“Inviati” all’estero – Un’italiana a San Salvador

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Ho viaggiato molto e una delle mie permanenze più lunghe è stata a San Salvador, capitale dello stato di El Salvador, Centro America. Sì, meglio specificare “centro”, perché l’America non sono solo gli Stati Uniti, ma tutto il continente e i Salvadoreñi ci tengono a sottolinearlo.

Affacciato sull’Oceano Pacifico, Stato di soli 21.041 km, El Salvador è un Paese con una cultura e un modo di fare e di pensare totalmente diverso dal nostro. A cominciare dalla cucina: i suoi abitanti non consumano caffè e cornetto a colazione, ma fagioli, uova, tortillas di mais e caffè nero, lungo, bollente. Il buongiorno si vede dal mattino e tutto comincia molto presto: dalle lezioni universitarie alle 6, al lavoro alle 7. Personalmente condivido questo stile di vita e lo considero una buona maniera per sfruttare la giornata. La gente è accogliente, divide con te ciò che possiede senza problemi. Non esiste, per fortuna, l’avidità tipica dell’Occidente: “io ce l’ho e tu no”. Quelli della capitale forse cominciano un po’ a perdere questa qualità ma, specialmente nelle comunità più piccole, ti aiutano come possono e sempre con il sorriso. Tuttavia, non nascondo il disagio che si prova quando si va al mercato e, riconoscendo la fisionomia europea, cercano di venderti le cose a un prezzo quadruplicato soltanto perché pensano che te lo puoi permettere. Ma questo è un classico… anche qui lo si fa con gli “americani”. Non ho trovato particolari difficoltà a trovare casa, amici e ad ambientarmi. Tuttavia mi è dispiaciuto trovare, a livello generale, poca diffusione/divulgazione culturale. Ovviamente se si parla della cultura locale, ci sono tante manifestazioni, anche appoggiate dal Ministero del Turismo, tutte davvero bellissime, volte a conservare l’antica cultura indigena. Di cinema indipendente non arriva quasi niente; di librerie ce ne sono quattro o cinque in tutto il paese, ma sono poco fornite; esistono un paio di associazioni che organizzano eventi culturali, ma niente di più. Tutto questo mi mancava molto.

El Salvador è il “paese delle amache”, perché a causa delle faglie vicine del Pacifico, la terra trema con la media di una volta a settimana. Sono solo tremori, come loro li chiamano, durano poco e generalmente sono di bassa intensità. É quasi divertente! Purtroppo il paese è anche noto a tutto il mondo per le maras, mafie locali in lotta tra loro per il controllo del territorio. Violente, sanguinose, pericolose. Dicono che sugli autobus vengono spesso a rapinare, con tanto di pistola. Dopo le 8 di sera c’è il coprifuoco e nessuno gira a piedi, solo in macchina. É meglio non prendere un taxi qualsiasi, meglio chiamare una persona di fiducia. Insomma la situazione è un po’ pesante. Mi è capitato solo una volta di essere rapinata, di sera, in una strada solitaria. Sapevo di rischiare ma ci sono passata lo stesso. Normalmente, comunque, ho preso le mie precauzioni, ma senza esagerare, perché a volte le paure delle persone sono più grandi del pericolo stesso. Ad esempio prendevo sempre l’autobus, magari nascondevo il cellulare e i soldi e lasciavo qualche dollaro per l’eventualità. Ma non ho mai avuto paura: se ci vanno tutti, ci vado anche io.

Per quanto riguarda il lavoro, sono arrivata lì per fare il tirocinio del mio Master all’estero, amministrando un progetto di cooperazione allo sviluppo tra il governo spagnolo e quello salvadoregno. Ho lavorato in un’istituzione locale e in una scuola di lingua italiana; in entrambi i casi è stato facile adattarmi al nuovo contesto lavorativo, perché ero in contatto con persone magnifiche (italiani residenti e salvadoreñi). L’esperienza estera è qualcosa di estremamente costruttivo che consiglio davvero vivamente a molti.

Sabrina Scognamiglio