Istantanee – momenti del Giffoni Film Festival in un battito di ciglia – MASSIMILIANO BRUNO e FORTUNATO CERLINO

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MASSIMILIANO BRUNO

Regista di “Nessuno mi può giudicare” (e altro), sceneggiatore di “Notte prima degli esami” (e tanto, tanto altro), attore di tanti film e televisione (ma soprattutto teatro). Un titolo su tutti, “Boris”, la serie televisiva che ha dimostrato all’Italia che un’altra televisione è possibile.
La carriera di Massimiliano Bruno è davvero folta (vedere Wikipedia per credere), ma quello che emerge da questo incontro è la sua grande attività teatrale che lo ha formato e lo ha reso una persona più che competente e decisamente simpatico. Mi ricorda molto il gruppo “Elio e le storie tese” (il migliore in Italia senza alcuna ombra di dubbio), con la sua maschera (e anche il volto) comica ma allo stesso tempo in grado di confrontarsi con qualsiasi altro autore “serio”. E probabilmente superarlo. Perché non dietro ma accanto alla vis comica si trova una tecnica e una preparazione da far paura. Ecco chi è Massimiliano Bruno.
E lo ammetto, non lo sospettavo proprio pur considerandolo una persona intelligente: non immaginavo quanto. Entra con simpatia e instaura subito un clima colloquiale; racconta i suoi inizi e in una maniera inaspettata pare quasi confidarsi descrivendo principalmente le difficoltà incontrate ma anche la dignità con cui sono state affrontate, arrivando a citare (in lingua) il “γνῶθι σεαυτόν”, ovvero il massimo motto greco (attualissimo, come tutte le cose che riguardano la Grecia antica), “conosci te stesso”. I ragazzi gli pongono domande (in quanto autore) sulla strutturazione e destrutturazione di una storia e lui risponde citando l’avanguardia, la nouvelle vague, i lavori di Malick. Sentendolo parlare mi viene in mente la scena di “La Nuit américaine” di Truffaut, in cui il regista dispone su un tavolo tomi su tomi di critica cinematografica mostrando all’occhio della cinepresa i nomi di Godard, Hitchcock e altri; le sue parole si scompaginano come carte su una tabula rasa e quella tabula siamo noi.
Onestà massima (questa invece mi ricorda la filosofia di “Boris”) quando parla dei lavori nati per il pubblico più facile: “certi film (suoi, N.d.A.) sono più edulcorati perché dovevano fare più incasso al botteghino”; e su questa scia parla dell’ultimo lavoro che ha diretto (in uscita in autunno) tratto da un suo spettacolo teatrale e che ha toni più drammatici e cinici rispetto a quelli che normalmente assume. La pellicola ha come tema il mondo del lavoro (nell’Italia di oggi), è ambientata a Nemi e avrà una sequenza finale molto suggestiva ambientata durante la festa medievale che caratterizza la città.
“Ho quasi paura che esca il film perché quando un film esce significa che è stato ultimato, e io non vorrei mai staccarmi da questo lavoro che sento particolarmente mio. E’ me al cento per cento” e chiosa, non dimenticando la sua natura ilare, “se va male, vuol dire che non valgo ‘n cazzo”.
Chiestogli cosa fosse per lui il “carpe diem” (tema portante di questa edizione del festival) risponde che “il carpe diem è progettare il futuro”. Ma un futuro fatto di studio, di interesse, di conoscenza: “leggere libri”, invita Massimiliano, “leggere giornali, andare al cinema, parlare con il fruttivendolo sotto casa, parlare con gli amici. Questo serve: altrimenti si fa solo cabaret e chiacchiere sul tempo”. E prima di salutarci prende in prestito le parole di Leopardi che dicono “il «forse» è la parola più bella del vocabolario italiano, perché apre delle possibilità, non certezze”. Quale migliore consiglio che dire ai ragazzi – persone in divenire – che la cosa più bella della vita è proprio il divenire?

Sinceramente emozionato, gli chiedo una foto, non prima di avergli detto quanto l’ho apprezzato.

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FORTUNATO CERLINO

Attore di grande professionalità, consumato e uso al mestiere, alla sua tecnica; “la battuta è l’ultima cosa”, dice, “il lavoro dell’attore viene prima del testo”. Fortunato Cerlino – che il grande pubblico ha conosciuto come Pietro Savastano della serie “Gomorra” – rivela in una frase il suo passato nonché la sua personale visione dell’attore. Una visione che si rifà molto alla scuola russa di Grotowski e Stanislavskij, nomi massimi del teatro e che lui sembra conoscere bene, non a caso ha avuto l’opportunità di lavorare sotto uno dei maestri di quest’arte, Luca Ronconi, che assieme a Strehler e Bene compone la punta di tridente della scena storica italiana (e Bene mi perdonerà se in questo frangente ho accostato il suo nome a quello di Strehler).
In conferenza stampa gli si chiede di Savastano e di “Gomorra”. “Savastano è un personaggio che porta in sé la morte, non solamente intesa come “uccidere”. La morte intesa come contrapposizione alla Bellezza, forza speculare e generatrice di vita. Savastano e i suoi soci non conoscono la Bellezza, ma solo la morte”. Echi lontani de “I cento passi” (“… invece della lotta politica, la coscienza di classe, tutte le manifestazioni e ‘ste fesserie bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza, aiutare a riconoscerla, a difenderla”) ma soprattutto di Dovstoevskij e del suo “Idiota” (“La bellezza salverà il mondo”) in questa risposta. E a proposito delle polemiche che hanno accompagnato l’uscita (e il grande successo) della serie, conferma la sua soddisfazione di poter partecipare a un progetto del genere “così come sarò felice, in futuro, di raccontare un’altra Napoli, non solamente quella della camorra, ma anche il suo lato bello”. Che esiste, perché da sempre Napoli è una realtà bivalente, la cui parte buona affonda le radici nella Bellezza di cui sopra, non a caso “noi napoletani bolliamo letteralmente di arte”, dice a buon diritto l’attore. Cosa ne pensa di questo festival è un’altra delle domande chiave: “la società in Italia non è né a misura di donna né di bambino, vale a dire non pensa al futuro. Per questo sono felice di essere qui e che esista questo festival”. Ancora, interrogato sui suoi modelli e interessi nel cinema apre un ventaglio di generi: “Mi diverto tanto con la fantascienza e il fantasy, genere per il quale mi piacerebbe prima o poi avere un ruolo, ma adoro anche i film di Tarkovskij (cita, sfuggendogli però il titolo «Ivanovo detstvo» – «L’infanzia di Ivan») e ho imparato molto da «Totò, Peppino e la malafemmina»”. Per Cerlino la poliedricità (in maniera intelligente) sembra essere d’obbligo e non si può dargli torto. A chi gli chiede anticipazioni sulla sua carriera oltreoceano (perché lui recita anche in un serial americano di prim’ordine quale “Hannibal”, tratto dai lavori di Robert Harris e il suo dr. Hannibal Lecter de “Il silenzio degli innocenti”) senza sbilanciarsi troppo annuncia “che si stanno muovendo delle cose” (lui tra l’altro sarà presente anche in un breve ruolo di “Inferno” – prossimo capitolo della saga di Robert Langdon del “Codice Da Vinci” – ma fortemente voluto da Ron Howard stesso).
Gli chiedo infine come interpreta il “lavoro dell’attore su se stesso” (citando il testo-guida di Stanislavskij) e un ricordo di Ronconi, che ci ha lasciato a febbraio di quest’anno, e lui – anche intuendo le eventuali polemiche che potrebbe suscitare la risposta – mi dice che oggi come oggi trova fondamentale imparare il mestiere di attore con una professionalità e preparazione tanto accademica quanto provata (a lungo) sulle scene stesse, guardando con diffidenza a tanti attori di oggi che emergono troppo facilmente dal nulla (come non essere d’accordo?). Del regista teatrale traccia invece un ritratto molto umano, sereno: del lavoro che ha fatto con lui (“Fahreneit 451”, tratto dal romanzo di Bradbury) ricorda di quando il maestro si è limitato a spiegargli le emozioni che cercava dal suo ruolo senza imporgli la strada per arrivare a tali emozioni, lasciandogli piena libertà. “Luca Ronconi è un artista vero”, dice, e a me piace tanto quel “è” al posto di “era” quasi a sottolineare l’appartenenza ormai al mondo dei classici, un mondo eterno dove passato e futuro si condensano in una attualissima realtà.

Danilo D’Acunto