#Kahkaha

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30 luglio 2014, ore 20.35. Sono al pc e navigo tra vari siti in completo relax in attesa di rimettermi al lavoro, rivedere e correggere, prima dell’invio, il mio articolo di agosto (ossia questo, che poi non è questo…capirete in seguito). Apro il sito ANSA per dare un “tono” e uno scopo al momento “cazzeggio”  e mi colpisce un trafiletto laterale. Mi colpisce a tal punto che decido di cambiare all’ultimo momento l’argomento del mio articolo (ossia questo) con il risultato quindi che “ciò che state per leggere non è quello che avreste dovuto leggere ”. Colpa del repentino cambio di idea e di un articolo scritto in tutta fretta la notizia, “lontana” eppure vicina, pubblicata dal quotidiano turco Hurriyet e battuta dall’ANSA: il vicepremier e portavoce del governo islamico-conservatore, tale Bülent Arinç, braccio destro del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, nei giorni scorsi avrebbe detto (non so in che contesto e/o circostanza) la seguente frase: “La donna saprà quello che è peccaminoso e quello che non lo è. Non riderà in pubblico. Non sarà seducente nel suo comportamento e proteggerà la sua castità”.

Rispetto a questa affermazione non intendo pronunciare giudizi di merito affrettati (o almeno ci provo!); sicuramente è una frase che basterebbe da sola ad alimentare centinaia di dibattiti e a conferire spunti interessanti per la stesura di migliaia di articoli (molto più “professionali”, accreditati e documentati del presente). Non conosco con esattezza i precetti della cultura musulmana e cerco di essere rispettosa di qualsiasi credo e religione ma ovviamente sono rimasta sbigottita di fronte alla denuncia della presunta “immoralità” del sorriso.

Oltre che dalla frase, la mia attenzione è stata molto colpita dalla “risposta ironica e sorridente” delle donne turche che hanno dato il via ad “una battaglia del sorriso”. Migliaia di donne hanno postato sui social network Twitter e Facebook le proprie foto sorridenti aggiungendo l’hashtag (ossia il simbolo “cancelletto”# seguito da una parola chiave) #kahkaha (risata) e #direnkahkaha (resistere e risata). Donne di tutte le età che ridono e sorridono pubblicamente e “social-mente” in segno di protesta e libertà. Sono foto bellissime, alcune “studiate”, altre “spontanee”, selfie (o meglio autoscatti) simbolo di una comunità, quella femminile, che vuol farsi sentire considerando che negli ultimi anni la Turchia sembra sia facendo passi indietro anziché progredire indietro in termini di diritti delle donne.

Nella maggior parte delle foto si può notare come le donne siano vestite “all’occidentale” (espressione detestabile ma qui necessaria) e con il capo scoperto, manifesta espressione – dunque- dello scontro tra la cultura laica tradizionale e quella musulmana che è attualmente molto sentita. Incuriosita dalla notizia e dalle foto comincio a tradurre i messaggi in turco usando Google Translate e faccio un po’ di ricerche per capirne di più…un po’ di tempo fa c’erano state altre polemiche riguardanti l’alcool, i canali social e i baci in pubblico, ritenute manifestazioni evidenti della dissoluzione dei costumi nel Paese. Pare che Arinç abbia criticato in altre circostanze anche il consumismo, l’uso eccessivo dei telefonini, la televisione e i media, accusati di “traviare” gli adolescenti.

Ma come ci si può accanire contro la risata e il sorriso? Supponendo che il vicepremier dell’esecutivo volesse riferirsi agli ammiccamenti, alle risate provocanti e ai sorrisetti maliziosi…come si può, in ogni caso, avere la presunzione di intendere (e vietare) gli umori e le intenzioni che sottendono e si celano dietro un gesto così bello, autentico e spontaneo?

Ad agosto in Turchia si voterà per le presidenziali e per la prima volta i turchi potranno scegliere direttamente il loro leader. Ekmeleddin Mehmet İhsanoğlu (detto Ekmel), professore e storico in corsa proprio contro Erdogan, ha  commentato le frasi di Arinç dicendo: “La Turchia ha bisogno di donne che ridano. Il nostro Paese ha bisogno di sentire il suono delle risate più di ogni altra cosa”.

Ad agosto, farò il tifo per lui.

 

 

Antonella Viola