La bellezza e l’inferno – Roberto Saviano al Giffoni Film Festival 2013

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E poi esce dal lounge bar, quello riservato alla stampa e agli ospiti.

Anzi, per la precisione esce prima un addetto alla sicurezza, poi uno della sua scorta. E poi un altro. E un altro ancora. Ci guardano impassibili da dietro gli occhiali da sole.

E infine lui.

Giacca blu scuro e camicia intonata. Saluta con la testa lievemente abbassata, ma gli occhi guardano avanti. Guardano noi.

“Grazie per questo miracolo che è Giffoni. E grazie per i vostri occhi”, dirà da lì a un’ora a un’intera platea di ragazzi. E’ stata tutta un’osservazione reciproca, noi con lui e lui con noi.

Noi che stiamo lì e lo aspettavamo, noi che quasi non ci crediamo vedendolo. Noi e le nostre foto e videocamere che fino a qualche minuto fa fremevano nell’afa di un attesa che sembrava spasmodica (e invece il suo arrivo è stato addirittura in anticipo) come quella di un bambino alle 23:30 del 24 dicembre e che adesso sembrano imbarazzarsi davanti a lui non sapendo che fare.

Ma lui ci sorride, di un sorriso sfuggente e riservato. Dolce.

E ci disarma, quasi. Potesse farlo davvero, non avrebbe più problemi né quella costellazione di guardie del corpo che gli orbitano intorno.

Farà davvero il blue carpet? Si, a quanto pare si.

E non solo. Si ferma. Firma autografi. Saluta, ma non come un divo. Come una persona che hai lasciato la sera prima dopo una birra insieme. Si concede in una umanità talmente genuina che le persone stesse sembrano imbarazzate

E’ Saviano. Roberto Saviano.

Avanza con intorno le body guards di una vita, quella vita che condividono e condivideranno con lui. Come si fa a guardarlo e non vedere dietro di lui il peso, l’onere e l’onore di una condizione tanto nota, tanto chiacchierata, tanto giusta ma allo stesso tempo tanto ingiusta? Lo vedo e resto talmente inerme che mi si smonta pure il disprezzo che porto verso Emilio Fede quando in tv diceva che “l’Italia non ha bisogno di lui”.

Mi viene da pensare a Benigni, quando in “vieni via con me” invitava le persone a volergli bene, non fosse per altro che per questa vita tutta programmata e meticolosamente studiata a tavolino che è costretto a fare. Lo guardo, e mi viene voglia di volergli bene.

Lo guardo, e il critico instancabile che è in me si chiede se c’è del divismo in lui.

Per la cronaca, no, non c’è.

Davanti a me c’è un uomo che saluta e firma autografi senza ostentarsi. C’è un uomo e tutto quello che ha scritto o detto, le cose che ha scomodato, i meccanismi in cui si è inserito.

Ma non importa tanto quello che ho davanti, quanto quello che ho dentro. E cosa ho dentro è difficile da raccontare. E’ un momento vuoto ma allo stesso tempo pieno; qualcosa che ha a che fare con il rispetto, sicuramente.

Ma non il rispetto mafioso. Non il rispetto che proiettano sugli schermi e ci raccontano con insulse soap opera. Non è il rispetto dei capoclan, quello nel cui mito crescono tanti ignari ragazzi i cui cervelli vengono strappati dal pensare e alle loro braccia viene chiesto di distruggere invece di creare.

E’ invece un rispetto puro, quello che si offre a qualcuno perché semplicemente ne desideri la felicità. Ne riconosci il valore, ma non perché imposto: perché sei tu che vuoi lo abbia. Sei tu a caricarlo di significato, perché il rispetto più aureo è quello che tu dai spontaneamente, non quello che ti viene chiesto di dare.

Ecco, Saviano è questo. E’ rispetto vero. Il rispetto che ha il padre verso il figlio, quello che ha l’amante verso la persona amata. Quello che ha il vento verso un fiore o che Pasolini aveva verso l’essere umano.

E Saviano, con quello che è e quello che ha fatto, insegna a tutti noi che questo rispetto è migliore di quello mafioso.

Saviano è più forte della mafia.

Danilo D’Acunto