Leggende Montecorvinesi

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Sin da ragazzo ricordo che  circolavano in Montecorvino Rovella una serie infinita di storie e storielle partorite dalla geniale fantasia di scrittori e di narratori che colorivano gli episodi sino a raggiungere il limite della credibilità, proiettandole in un’atmosfera di magia e di occulto.

Naturalmente, esortato dal mio carattere critico e dalla mia curiosità congenita, ho sempre cercato di risalire alle fonti e dove queste non erano possibili attraverso documentazione, ricorrevo alla tradizione orale e, in pantaloncini corti e con un miniquadernetto che conservo ancora gelosamente, ho intervistato almeno una cinquantina di vecchietti, purtroppo oggi tutti scomparsi da diversi anni, che comunque con la loro testimonianza mi hanno consentito di raccogliere tanto materiale che ho pubblicato nei miei libri  a beneficio delle future generazioni.

Ne elenco solo alcune tra le più note, riservandomi un discorso a parte per una in particolare che più mi colpì in quella tenera età e che mi ha fatto trascorrere diverse notti sepolto tra le coperte ed il cuscino.

–          La filastrocca dei dodici mesi,  che ci viene tramandata dal XVI secolo

–          La leggenda degli Arminio e dei Damolidei, una colorita storia d’amore della fine del 500

–          La processione degli usurai di Pompeo D’Aiutolo, composta nella prima parte del 1800

–          I cinque ritti, dello stesso autore, composti tra il 1700 ed inizio 1800

–          Molte filastrocche popolari comuni nel territorio del Regno di Napoli, recitate da ragazzi giocando

Ma un discorso a parte merita anche il celebre romanzo “La Sonnambuladi Montecorvino “ composto da Francesco Mastriani, ( 1819 – 1891 ) ,celebre scrittore napoletano, che fu ospite della famiglia Maiorini, nel Palazzo in Via Clelia, ora Via Diaz, tra l’ottobre del 1877 e gli inizi del 1878 per circa sette mesi.

Il Mastriani, seppure, come sopra riferito, fosse celebre perché già autore di numerosi romanzi di successo specialmente a Napoli, versava in condizioni economiche disagiate e l’ospitalità generosa dei Maiorini lo indusse a scrivere un romanzo ambientato in Montecorvino Rovella sul Castello Nebulano nel primo decennio del 1800, quando questo era già un ammasso di rovine da circa tre secoli in un deprecabile stato di abbandono.

Sempre il Mastriani, dotato di una genialità non comune,  girando per Montecorvino, si informava su nomi e su possibili leggende che tradusse in racconto incastrandolo in un romanzo incompiuto di vita napoletana. ( Chi l’ha letto o ha visto la rappresentazione teatrale dei POPOLANI, può capire il riferimento).

Il romanzo fu stampato nella prima versione a Napoli e poi a Montecorvino dalla Tipografia L’Unione che avevala Sedein Via Silvestro Bassi e non ebbe larga diffusione a causa dell’analfabetismo dilagante, tanto che diversi maestri elementari facevano dei veri e propri cenacoli serali con i contadini che tornavano dai campi, per raccontare il romanzo e con l’inevitabile aggiunta di qualche coloritura.

Il contadino, tornato a casa, dopo aver cenato e recitato il Rosario, riuniva la famiglia intorno al focolare ed iniziava anche lui il racconto ai propri familiari che rimanevano incantati ed immaginavano per personaggi reali e realmente vissuti quelli inventati di sana pianta dal Mastriani e questa storia passò per vera. Posso garantire che in pieno duemila qualcuno cercava non i vari testi in circolazione ma “ la vera storia di Montecorvino” che erala Sonnambula.

C’è da aggiungere che la trama non era poi una sola. Essa variava a seconda della memoria del narratore e dallo  stato fisico e mentale in cui si trovava al momento in termini di quantità di vino bevuta.

Nel 2007,la CompagniaTeatrale“ I Popolani “, rappresentò il romanzo da me reiscritto in versione teatrale  e alla fine dello spettacolo si presentò una persona anziana molto nota che mi disse che era un parente del Conte Baldassarre di San Pietro, principale figura del libro ( ? ).

E veniamo alla leggenda che colpì in particolare la mia mente di ragazzo semplice e genuino.

IL TESORO DELLA GROTTA DEL DIAVOLO SUL CASTELLO NEBULANO

ANTEFATTO = Chi si reca oggi a visitare le poche rovine rimaste in piedi del Castello Nebulano, dal lato ovest, provenienti dalla frazione Occiano, si osservano le mura a ridosso di un fossato e, al termine di questo, una piccola  porta di accesso che conduce all’interno del Castello. Dopo circa tre o quattro metri, si incontra un “ buco “ della dimensione di circa tre metri di circonferenza, profondo quasi quattro metri , pareti di roccia, dell’estensione di una piccola stanza di tre metri per due. Sicuramente adibito anticamente a raccolta delle acque piovane a causa dell’assenza di sorgenti sul Monte Nebulano ( L’approvvigionamento ai castellani avveniva con barilotti a dorso di mulo provenienti da Occiano ). Questo “ buco “ ,proprio grazie a questa leggenda, assumerà, per i posteri, il nome di “ Grotta del Diavolo “.

PREMESSA = Come nasce la leggenda che  vi racconterò ? La prima generazione dei narratori della Sonnambula, agli inizi del 1900 era quasi scomparsa, i racconti provenivano dai figli che avevano ascoltato. I tempi erano brutti. Guerre, turbolenze di vario genere, non incentivavano la cultura che restava patrimonio di pochi. E quindi nascono leggende intorno alla leggenda colorando di più il mistero e la soggezione.

LA LEGGENDA

 

Il Conte Pietro di Baldassarre di San Pietro, principale figura del romanzo della Sonnambula, secondo la fantasia di Mastriani, decedeva la sera del 9 febbraio 1810, alle ore 22, all’età di 84 anni e “alquanti mesi “. Sempre secondo la fantasia del Mastriani, lasciò in eredità tutti i suoi possedimenti di terre ed ogni altro ben di Dio al giovane Gottardo ( ? ) ed ad altri suoi conoscenti.

Cosa avevano ancora da raccontare gli anziani del tempo che non erano partiti per le armi e che avevano sentito il racconto almeno un centinaio volte ? La fine che avrebbe fatto il tesoro del Conte nascosto nel Castello.

Iniziamo questo fantomatico racconto appreso nel 1958 nella frazione Cornea davanti ad un allettante tegamino pieno di “ scopparielli “( moderni pop corn).

“Il buon Gottardo, erede del Conte, aveva lasciato la coltura delle terre a contadini del luogo. Uno di questi, il cui nome non ci è stato tramandato, pascolava sulla zona del Monte Nebulano nelle adiacenze del Castello, sollecitato dalle dicerie di un tesoro del Conte mai trovato.

Addormentatosi nella sua piccola capanna, circondato dagli armenti, fece un sogno che gli fu di particolare turbamento.

Una voce, cavernosa, terribile,ed una visione altrettanto terribile,  gli annunciava che se si fosse recato a mezzanotte precisa, nella “ Buca del Castello” , avrebbe trovato il “ tesoro del Conte “, però ad un patto ben preciso : Non avrebbe dovuto mai, dico mai, pronunciare il nome della Madonna o di Gesù o di qualche altra cosa  di sacro, nel momento del rinvenimento.

Il pastore  si destò bruscamente. Tutto sudato e pieno di spavento si agitava tra le pecore ed i cani trasmettendo anche a loro molta inquietudine.

Il giorno dopo, con la luce del sole, acquisì sufficiente calma e coraggio e decise che quella notte sarebbe sceso nel “ buco “.

A mezzanotte precisa , munita di piccone, scese nel buco e cominciò a scavare a destra e a manca. Dopo diverso tempo, sentito un rumore metallico, si affrettò a tirar fuori quello che sembrava uno scrigno. Lo aprì . Alla vista di tante monete d’oro gli sfuggì una frase pericolosa. “ Madonna mia bella ! “. Immediatamente le monete si trasformarono in serpenti minacciosi che lo inseguirono fino all’uscita.

Il racconto finisce qui, ma bastò per far denominare il posto “ Grotta del Diavolo “.

A beneficio di chi legge  dirò che ci sono sceso con gli Scout negli anni settanta con molto timore.

                                                           NUNZIO DI RIENZO