L’estetica del marmo – la grande bellezza di Paolo Sorrentino

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Per fortuna c’ha pensato un italiano a togliere via lo “sgaro” dal volto di Roma, lasciatogli da quell’infelice lavoro che porta il titolo di “To Rome with love” e la regia di un Woody Allen che ci auguriamo di non rivedere mai più così sottotono. Avevamo lasciato la città eterna sotto una patinatura da cartolina e la ritroviamo al suo meglio (e al suo peggio) in questo gioiello di Sorrentino. Nomen-omen, il film si stende sulla pellicola così come Roma stessa si distende lungo l’Italia. La sua presenza si offre ai visitatori come una vera grande bellezza, immobile, imponente, statuaria. Avvolta da un’area quasi sacrale e testimone silenziosa di tutto un fiume di vite che le scorre sotto gli occhi. Durante i secoli, Roma ha visto tutti i popoli d’Europa e del mondo, e se tempo fa erano armati di lance e archibugi, oggi sono armati di macchine fotografiche e videocamere.

Il film di Sorrentino nasce innanzitutto come un ritratto di Roma, dove Roma indica l’Italia, e l’Italia è esattamente quel “paese pazzo e bellissimo” che Sorrentino ha salutato ricevendo il Golden Globe come miglior film straniero. Pazza e bellissima. Matta e innamorata. Triste e sognante. E’ questa l’Italia/Roma del regista. Chi vede nel film uno spaccato di ipocrisia, di denuncia, sbaglia nel profondo perché vede soltanto mezzo film (e forse neanche quello). Ne “La grande bellezza” più che la condanna emerge lo stridio forte di due realtà di noi stessi ormai quasi del tutto compenetrate. Non c’è l’accusa di un lato turpe della mondanità romana come non c’è un vero e proprio elogio della sua superiorità culturale e artistica: sono due aspetti che si guardano ferocemente negli occhi, ma che non si dividono mai. Queste due nature le abbiamo viste già nei ritratti a volte grotteschi dei personaggi felliniani: là dove il regista de “La dolce vita” ha fermato il suo cinema, da lì riparte il discorso di Sorrentino e su tutto pesa la direzione che l’Italia ha imboccato dagli anni ‘60 a oggi, nel bene e nel male. Ma Sorrentino non imita Fellini. Semplicemente, lo fa respirare regalandogli (e regalandoci) l’aria di Roma, il frusciare di tende delle grandi finestre di palazzo Altemps, lo svolazzare di tonache quasi a vessillo di una celestialità diafana e sottile. Chi cerca un film in qualche modo militante, perderà tutta la raffinata poetica presente a grandi manciate, resa a furia di eleganti e calibratissime inquadrature, che talvolta planano dall’alto (come le sequenze iniziali del Gianicolo) e altre volte restano immobili in una severa fissità tesa a catturare l’imponenza marmorea di certi ambienti (come l’acquedotto Claudio o le terme di Caracalla). Quasi sempre in questi sguardi della macchina da presa si avverte come la presenza umana venga schiacciata dalla presenza di un qualcosa di infinitamente più grande di lei; qualcosa che si impone dall’alto e riempie i cieli, i parchi, le strade. Si sedimenta nei palazzi, ne incrosta i marmi e gli scaloni, ne affresca la stanze. E’ la bellezza. E’ appunto questo ineffabile senso di superiorità, l’unico al mondo che non possiamo realmente condividere e possiamo semplicemente subirlo, schiacciati da un dolce e delicato stato di adorazione.

La grande bellezza permea Roma e la avvolge, trasudando da tufo e stucchi tanto ne è piena l’Urbe. Puoi essere archeologo, storico dell’arte o un indistruttibile esteta come Jep Gambardella (interpretato da un sempre bravissimo Servillo), non riuscirai mai a raggiungere il cuore né l’essenza più pura di Roma, non potrai mai dominarla: sarà sempre lei che ti guarderà dall’alto del suo bagaglio di meraviglie, di scorci affascinanti ma soprattutto dall’alto di un solenne smarrimento. La città di Sorrentino è un luogo quasi sospeso nel tempo, in preda al tragicomico esistenziale e il suo messaggio estetico più vero è che non si può realmente spiegare Roma, perché infinite sarebbero le vie da intraprendere. La miglior cosa da fare è contemplarla, provando a sentire la sua pena, la sua saggezza, la sua superiore bellezza