L’ILVA di Taranto: la vita per ricatto.

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La storia dell’ILVA di Taranto è ormai centenaria e riassume in sé tutti quegli aspetti e quelle contraddizioni della società industriale moderna basata sulla lavorazione di un bene, l’acciaio, il cui processo produttivo è lungo e inquinante. L’acciaio si utilizza in moltissime cose, quindi c’è bisogno di molti lavoratori per tutto il ciclo produttivo. La produzione di fumi, polveri e scorie, però, è compresa nel pacchetto: prendere o lasciare. Lo stabilimento di Taranto è uno dei più grandi d’Europa e al tempo si scelse proprio la cittadina pugliese per il porto (grande e funzionante) e per la sua posizione (nel Mezzogiorno), condizione per cui è annessa la possibilità di usufruire di contributi statali per la creazione di nuovi posti di lavoro. In tanti anni la famiglia Riva, proprietaria dello stabilimento, diventa sempre più importante, acquisendo acciaierie in tutta Italia, senza creare volutamente mai una holding di famiglia che consolidasse le loro attività, così che l’importanza economica del gruppo non appaia nelle statistiche ufficiali; nel contempo, se da un lato effettivamente non si erogavano dividendi, riconoscendo stipendi bassi ai familiari-soci-dirigenti, dall’altro si offriva loro, per modo di dire, consulenze gestionali milionarie. E tutti sapevano di ciò, compreso ovviamente tutti i governi che si sono succeduti negli anni. Nel Dicembre 2008, però, la Regione Puglia approva una legge contro le diossine: l’ILVA, come le altre aziende, dovrà scendere a 0,4 nanogrammi per metro cubo entro il 2010. Il 7 Agosto 2012 il tribunale del Riesame di Taranto conferma il provvedimento di sequestro, vincolato alla messa a norma dell’impianto. “Messa a norma” che in termini di liquidità vuol dire per la famiglia Riva impegnare milioni di euro per la bonifica dell’azienda e dell’ambiente circostante. La manifestazione, finanziata dalla famiglia Riva, dei lavoratori dell’ILVA sotto la procura è il segnale forte per cui si vuol mettere in contrapposizione ambiente e lavoro. Intanto vengono fatte nuove perizie e secondo quella epidemiologica i morti causati dall’ILVA negli ultimi 7 anni sono 11550 – un numero incredibile- per cause cardiovascolari e respiratorie: le malattie tumorali sono l’effetto di un inquinamento ambientale cronico , continuativo, che Taranto ha subito da decenni. L’inquinamento da diossina a Taranto è stato il più elevato d’Europa fino a 3 anni fa e gli effetti di tale inquinamento si misurano anche nelle malattie delle popolazioni. Tutti i capi di bestiame vengono mandati al macello per impedire che le loro carni vengano mangiate: gli agricoltori di Taranto sono rovinati ed in coro urlano tragicamente che “ se fanno le analisi ai tarantini, troveranno in egual misura diossina. E a quel punto che si fa? Abbatteranno anche i cittadini?”. In questa domanda è racchiusa tutta la tragicità di un caso che riguarda decine di migliaia di persone e, a tal proposito, è ancor di più scandaloso che tutte le amministrazioni comunali succedutesi in questi anni abbiano permesso l’espansione del quartiere Tamburi, che è accanto al parco minerario, attorno all’ILVA. Si è tra l’incudine e il martello: tra l’opportunità lavorativa, intesa come possibilità di avere figli e di crescere famiglia, e la spregiudicatezza morale (dalle intercettazioni si ascoltano dialoghi cinici tra i vertici aziendali) sulla deliberata volontà di “non affrontare fino in fondo la messa in sicurezza dell’impianto”, inadempienza che causa gravi malattie, disastro ambientale e morti bianche. Cosa scegliere tra lavoro e ambiente/sanità? Oggi più che mai, il vecchio motto del patriarca Emilio Riva – “non mi affeziono mai alle persone, figuriamoci alle cose” – suona sinistramente profetico. Chissà cosa ne pensava delle sorti dell’ILVA (e delle proprie) l’operaio sospinto in mare con la gru dalla violenta tromba d’aria che si è abbattuta sullo stabilimento solo alcuni giorni fa…

 

Armando Falcone, direttivo Legambiente Battipaglia

3 Commenti

  1. Ciò che dici è perfettamente condivisibile, peccato che quando è stata organizzata quella bellissima manifestazione molto più che civile, prima di Natale, nel resto dell’Italia non ne hanno parlato. Ormai Taranto la conoscono solo per i danni e gli omicidi, ma non per come siamo uniti socialmente e civilmente contro un problema comune.
    Vedere avvocati e studenti, professori e giornaliai, preti, suore, in breve ogni ceto, credo religioso e ideale politico erano caduti come il muro di Berlino. tutto questo avvolto dal silenzio stampa, perché non avrebbe fatto odience.

    • Condivido per quanto concerne il pubblicizzare non solo “ciò che fa notizia”, anzi…ben vengano manifestazioni del genere. Ovviamente, non era mia intenzione “parlare male” di Taranto. Secondo il mio modestissimo parere, la denuncia sociale o anche ambientale deve servire affinchè in futuro si pianifichi in funzione della salute dell’uomo e dell’ambiente che lo circonda. Il principio di sviluppo sostenibile affermato anni or sono ci indica proprio questa strada. Sta a noi percorrerla con dignità.
      Grazie per il tuo commento.
      Armando

      • Ciao Armando ^^ tranquillo avevo capito che non scrivevi con cattiveria o altro. Anzi il tuo è un articolo molto bello.
        Sembra che oggi grazie ad un’altra manifestazione la nazione abbia aperto gli occhi. siamo finiti su Rai-uno e in piazza a manifestare civilmente c’erano medici, avvocati, ingegnieri, negozianti, disoccupati, ma anche molti operai della stessa macchina di morte.
        Domenica prossima voteremo per un referendum per decidere il destino del complesso mortuario. Speriamo bene.
        Luciano