L’inchiostro più nero

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[box_success]di Danilo D’Acunto[/box_success]Nel 1963 Hannah Arendt scrisse e pubblicò “La banalità del male”, un saggio che conteneva i resoconti del processo al gerarca nazista Adolf Eichmann. Ma la verità è che la prosa (e la poesia) ha sempre trovato un profondo fascino nel male e, volendola mettere su un piano più tecnico (ma anche più semplicistico) possiamo far risalire la nascita stessa della letteratura occidentale con un atto violenza clamoroso quale la guerra di Troia, raccontata nell’Iliade.

Autori e opere che hanno fomentato questa attrattiva sono molteplici ma per farne un sunto, sono sicuramente due i massimi esponenti del genere. Il primo (inteso anche in senso cronologico) è Donatien Alphonse François de Sade (1749-1814), il cosiddetto “divin marchese” al quale si deve il termine “sadismo”. Vissuto durante gli anni turbolenti della Rivoluzione francese (nonché del periodo napoleonico), egli rappresenta la figura classica del libertino, spregiudicato ed eccessivo. L’eros è alla base dei suoi scritti ma esso si combina in maniera strettissima con la violenza come se l’uno fosse un mezzo per giungere all’altro, completandosi nell’obiettivo di un unico scopo che è quello del più insano ed egoistico piacere personale. Ma la sua non è una violenza che si limita a colpire le persone: è questo il senso profondo della retorica sadiana. Essa si espande e si scaglia con ferocia contro la natura, contro la morale, contro la religione, il creato e la vita tutta, come freddamente spiegato da un personaggio di una delle sue opere, “Le 120 giornate di Sodoma”: “… se solo potessi, userei il sole per bruciare d’un colpo tutta un’intera città…”. Parole che ci ricordano molto da vicino il sonetto di Cecco Angiolieri “S’i fosse foco arderei ‘l mondo”, ma che soprattutto ci rendono abbastanza chiaramente il senso di sovrumano odio verso tutto ciò che è l’esistenza altrui, un bisogno che viene identificato come “sadico” proprio perché ha un fine esclusivamente privato e soggettivo che mira al piacere dato nel distruggere gli altri. In Sade c’è quindi  una violenza meccanica, istintiva, che parte da un ragionamento freddo e spietato per poi culminare nell’animalesco, nella furia primitiva e irrazionale.

Diverso è il caso del secondo autore in questione, Isidore Lucien Ducasse (1846-1870) noto con lo pseudonimo di Lautréamont e autore de “I canti di Maldoror”. L’opera è densa di una violenza feroce ma tuttavia mista a un forte senso del grottesco. La sua è una crudeltà oscura, segreta, di quelle che si nascondono nelle tenebre e si fondono con le paure e gli incubi irrazionali che in parte richiamano le atmosfere cupe del romanzo gotico. Lo stile di Lautréamont è visionario, febbricitante, eccentrico. I suoi racconti, sotto forma di deliranti monologhi, scorrono come un fiume in piena e leggendoli quasi sembra di inciampare nel balbettio confuso dello psicopatico che con gli occhi spalancati scorge scenari immondi (in questo aspetto, è quasi un precursore di Lovecraft). La prosa è giocata principalmente in virtù di un’adorazione del Male inteso soprattutto come valore etico e religioso: Dio e la Natura tutta sono spesso le vittime dei suoi attacchi, in un sorta di grande rivalsa dell’essere umano nei confronti dell’Essere Supremo. Ma si badi bene: il tutto viene orchestrato in virtù di speculazioni filosofiche che mirano a condannare la società e i suoi costumi falsi moralisti. Quello dell’autore è dunque un grido di rifiuto che, negando il mondo reale perché considerato ipocrita, crea un universo oscuro dove il Male, incarnato in Satana in quanto opposto di Dio, domina concedendo agli uomini la libertà suprema, vale a dire la possibilità di regredire a bestie, rifiutando l’umanità e le regole etiche e sociali che la contraddistinguono.

Sono dunque, quelli di Sade e Lautréamont, due tipi diversi di letteratura del male. La prima, come abbiamo visto è tutta umana e patologica (non a caso, il sadismo – sebbene sia un termine improprio rispetto alla filosofia presente nelle opere di Sade – è tutt’oggi considerato una parafilia strettamente collegata con l’impulso sessuale, ed è infatti presente nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali). La seconda investe il divino e tutto ciò che trascende nell’uomo: è immaginifica, terribile, inquietante. Queste due grandi direttive trovano poi le loro differenti declinazioni in tanti altri autori che hanno trattato il tema, di cui i maggiori sono sicuramente Edgar Allan Poe, Charles Baudelaire (suo grande estimatore) e gli altri due principali “poeti maledetti” Arthur Rimbaud e Paul Verlaine, il succitato Howard P. Lovecraft, William Blake, Jules Michelet, Jean Genet e Antonin Artaud. Come vedete, da sempre la letteratura è stata – e continuerà a essere – il campo ideale per la crescita dei fiori del male, preziosi gigli neri dell’inchiostro più (im)puro che la scrittura abbia mai avuto.