Luchino Visconti – Il messaggio universale del suo genio creativo

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In occasione del Festival du Film, la deliziosa città normanna di Dieppe si colora di caratteristici aquiloni a tema. Accanto agli artisti emergenti, ognuno – turisti compresi – fa riferimento ai Grandi del passato: cineasti inglesi, americani e russi. Prende vento anche il mio aquilone: tra gli Illustri del cinema italiano chi può meglio rappresentarci se non Luchino Visconti? Il mio è un impegno culturale per onorare la memoria di un incontrastato signore dello spettacolo. Genio e sregolatezza in un unico cineasta; intelligenza e passione in un esclusivo regista teatrale. Dalle sue pellicole fuoriesce la quintessenza dell’esistenza: le domande prime – Ossessione, La terra trema, Bellissima –; le emozioni estreme – Senso, Rocco e i suoi fratelli –; i sentimenti ultimi – Il Gattopardo, Vaghe stelle dell’Orsa, Morte a Venezia –. In questi orditi meccanismi troviamo teatro, musica, pittura e fotografia. Luchino ha saputo addensare nelle sue produzioni un’accurata sintesi delle arti, a mo’ del celebre Wagner o del rinomato Ėjzenštejn con le loro opere d’arte totali. “I corvi volano a schiera, le aquile volano solitarie”. Ecco l’artistica stravaganza di un Mito, il suo denso magistero creativo che s’inscrive in un orizzonte interminabile invaso dalle immagini dei suoi film, dalle emozioni del suo teatro e dalle inedite riflessioni della sua vita. Visconti eccelleva nel lavoro, sui set cinematografici così come sulle tavole di legno dei teatri, con la sua fine autorità, con l’innato dono del farsi obbedire senza convincimenti o mezze misure. Dedito alla cura dei particolari e alle precise ricostruzioni storiche, fu accarezzato da una preziosa sensibilità: reduce dalla terribile esperienza della guerra, alcune sue pellicole furono pregne di drammaticità e di lacrime italiane – ancor meglio, meridionali –. Ma i suoi attori seppur mortificati, non presentarono mai un’aria vinta o rassegnata. Che bel messaggio. Amava l’arte, l’incantevole musica, le grandi voci, anche quelle emergenti di una ragazza che, a quei tempi, amava farsi chiamare Baby Gate e che più tardi sarebbe diventata la nostra cara Mina. Che istinto infallibile. Amava circondarsi di amici, pochi amici, buoni amici. E amava far regnare la gioia di vivere, la salute, l’allegria. Che bella regia. Amava ispirarsi, scovare le condizioni ideali per la sua attività creativa. E spesso ci riusciva perdendosi tra le decine di dimore che comprava e abitava – forse una volta, forse mai –, negli angoli di giardino silenziosi, sulle terrazze che abbracciavano il mare. D’Ischia se ne innamorò subito: la Colombaia fu il suo nido solido e incorruttibile, che nemmeno la malattia degli ultimi anni riuscì a incrinare. Il suo è stato un saluto tra profumi intensi di vero cinema italiano e sentori di un teatro che a stento torneranno più. Ho scritto di lui quello che, forse, una potentissima Wikipedia non può regalarci. L’orgoglio inesorabile di un fuoriclasse italiano. Per Visconti, per i lettori del Portale, per la Cultura, per l’arte. La grande Arte.

Michele Carucci