Mi sono sognato Arturo

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Arturo Bandini. Guappo, ma più che di cartone, di carta. Tanta carta. Risme intere. Quelle bianche, intonse, allineate, che esistono solo per essere stropicciate senza essere mai bagnate di inchiostro. Massimo una riga, ma che non ci si azzardi a trovarle una simile che le faccia compagnia, ché righe del genere sono come lo scrittore che le ha partorite: apparentate con fratelli, ma sempre e comunque figlie uniche.
Perché quelle righe solitarie devono bastare a tutto. Ce le dobbiamo far bastare. Il loro autore è genio e carogna, perché carogna è la vita, fatta di badili e calcestruzzo. Granchi, grano, gramigna e vino rosso in boccioni di vetro. C’è tanto buon Dio in ogni angolo del pianeta e mai che si andasse a posare nelle stanze in affitto a pochi centesimi, o nelle corse dei cavalli.
Bandini, sognatore sfrenato ma mai vincente perché la vittoria è per quelli belli fuori e vuoti dentro; per quelli che non sanno bestemmiare in mezzo ai denti né sanno come capitombolare tra le braccia di polverosi tramonti. Tanti sono i Bandini dispersi nel mondo, e vivono notti insonni arrovellandosi su cosa scrivere l’indomani senza mai scriverlo, però mandano lettere fenomenali agli editori; bevono male e fumano peggio, innamorandosi tra una boccata e l’altra. Nervosi, accigliati, avari di felicità che tengono stretta nei pugni in tasca, che a perderla chissà se riescono a ritrovarla. Sono relegati in una solitudine tutta privata e gli altri non capiscono che quell’isolamento è la semplice constatazione del loro essere inadatti a questo cielo.
Però quando capita che s’incontrano, che gran risate si fanno.

Danilo D’Acunto