Nave “sanza” nocchiero

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Non è sicuramente un caso (ma di sicuro un anagrammatico “caos”) che l’immagine della nave senza comandante della Costa Crociere abbia riportato immediatamente alla mente di quasi tutti l’antica allegoria della nave, simbolo del Governo, del Paese, dello Stato in balìa del mare. Un’allegoria antichissima che deriva dai tempi di Alceo di Mitilene (fine VI secolo a. C.) che trasfigurava la sua Mitilene nella rappresentazione tragica di una nave sconvolta dai flutti, in cui “non si comprende da quale parte soffi il vento. Un’onda si scaraventa da un fianco, dall’altro un’altra onda, mentre si è trascinati nel mezzo con la nera nave, fiaccati molto per la grande
tempesta…”. Questa allegoria (non spaventi la parolona greca, che semplicemente significa: “dire altro”, rimandare ad altro” significato) ha avuto molta fortuna nel corso della Storia, come testimonia il riutilizzo da parte di Teognide di Megara, dei tragediografi, di Aristofane e ancora di Platone, di Cicerone, di Orazio fino ad arrivare al poeta che ha ispirato il titolo di questo articolo: Dante Alighieri. Superfluo ogni commento circa la sorprendente attualità della metafora.
Assimilabile ad una nave senza nocchiero era l’Italia ai tempi e agli occhi di Dante, così come lo è oggi dove nulla – sembrerebbe – sia cambiato. Non mi soffermerò sull’attuale dibattito (dibattito? Forse meglio dire immobilità stagnante) politico, dal momento che non sono così cinico da attaccare un’inesistente classe dirigente autolicenziatasi e autoincamminatasi verso quel famoso  indirizzo sacrosanto cui molti aspiravano a mandarla personalmente. Un aspetto che ritengo, invece, ben più importante e al di sopra di quell’arte nobile sopra citata resaignobile dai nostri rappresentanti, è la cultura. La cultura ha un duplice vantaggio a mio avviso sulla politica: è trasversale, libera, indipendente e, al tempo stesso, può prescindere dalla politica; viceversa, la politica deve necessariamente essere “culturale” e non può prescindere dalla cultura. Attualmente a livello culturale il Belpaese è avviluppato in una tragica “inerzia gattopardesca”, in quanto, a differenza degli altri colleghi europei, si è deciso di non investire in quelli che sono settori strategici di sviluppo indissolubilmente collegati tra loro: turismo, ambiente, cultura, enogastronomia. Un amatodiato “stivale” il nostro, dove si permette tranquillamente il crollo di pezzi di Storia (la S maiuscola è d’obbligo) come gli intonaci della Domus Aurea o i frammenti dell’Anfiteatro Flavio a
Roma; le pareti dell’arco naturale di Palinuro in Provincia di Salerno fino a culminare nella più grande vergogna ed omicidio doloso culturale perpetrato in Italia: il crollo della Caserma dei Gladiatori a Pompei. Un crollo anch’esso allegorico che testimonia l’ultimo urlo disperato di una struttura di circa 2000 anni che cerca di rendersi visibile un’ultima volta morendo rovinosamente, ma denunciando, con un estremo rombo di mattoni laterizi, la solitudine, il degrado, la violenza cui
era stata condannata per semplice e vergognoso abbandono della classe dirigente.
«Il bene culturale è un flusso di comunicazione, è un messaggio» ha detto il Prof. Eco, da leggersi su diversi piani: come riscoperta di un’opera occulta che viene restituita alla sua funzione comunicativa; come espressione di informazione su una collettività; infine come provocazione all’attualità e al presente. Purtroppo l’idea che il patrimonio culturale e ambientale di un territorio o di una città con i suoi musei, i suoi libri, archivi, il suo contesto naturale, le sue istituzioni oltre che con la sua stessa configurazione ambientale, possa essere un formidabile ambiente di apprendimento, di conoscenza, di studio non è ancora “patrimonio” generalizzato di molte città, individui, enti ed istituzioni. La conseguenza è che le collezioni di rovine abbandonate a se stesse quali sono le nostre aree archeologiche o collezioni di oggetti quali sono i nostri musei non possono, non vogliono e non devono più essere gli unici modi di presentare e porgere il passato, la storia, la memoria nel terzo millennio.
Delitti culturali si perpetrano in Italia; ma soprattutto delitti anti-costituzionali, se si pensa che da qualche parte in Italia vi è ancora scritto che “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio ed il patrimonio storico-artistico della Nazione”. Trattasi, ovviamente, “soltanto” dell’art 9 della Carta Costituzionale (Principii fondamentali), suprema Legge di Stato, in cui i termini sviluppo e ricerca hanno intrinseci, nella loro stessa essenza ontologica, i concetti di studium, tensione, dinamismo, spinta evolutiva, curiosità, tormento critico, conquista del sapere, elementi che da sempre hanno caratterizzato
l’esperienza del genere umano e, mi auguro fortemente, continuino a caratterizzarla anche su questa nostra nave a forma di stivale da troppo tempo senza nocchiero.

                Vladimiro D’Acunto