PSICOLOGIA: IL MONDO DENTRO

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Salve a tutti i lettori.
Mi presento, sono Grazia Imparato. Alcuni avranno sicuramente focalizzato la mia persona mentre altri staranno cercando di farlo, ma invano, ed è proprio per questi che farò una breve presentazione, giacché da oggi mi è stata offerta la possibilità di scrivere per questo giornale ed ho accettato molto volentieri. Sono una neolaureata in Psicologia, specializzata nel ramo Clinico e Della Salute ed è di questo mi occuperò, di psicologia, una scienza tanto amata quanto odiata dal senso comune e, contemporaneamente, una disciplina affascinante e a tratti misteriosa che può aiutare il singolo e il gruppo ad affrontare varie difficoltà, portando ad una sana elaborazione di problemi personali e non solo attraverso alcune piccole e consapevoli modifiche comportamentali.
Ci tengo a precisare che non ho intenzione di insegnare nulla, il mio intento è di avvicinarvi al mondo della mente e ai suoi meccanismi di difesa, ma prima di fare questo, essendo in fase di presentazione, vi parlerò del mio attuale percorso di formazione e delle esperienze che vivo quotidianamente in un “mondo a parte”, tanto discusso ma poco conosciuto. Ad oggi sono tirocinante in un Istituto Penitenziario (che per motivi di sicurezza non specificherò) e avverto la necessità di dover far conoscere a voi, che siete all’esterno, il mondo dietro le sbarre. Lo faccio perché so che fuori quel mondo non è ben visto e perché ci sono molti pregiudizi e idee che a oggi io non condivido. Ho sentito spesso dire, trovandomi in semplici conversazioni, che quelli lì dentro dovrebbero morire, essere messi per sempre ai lavori forzati, che dovrebbero morir di fame e di freddo e poche volte ho sentito dire cose diverse del tipo :” Quelli li dentro dovrebbero essere rieducati, inseriti nuovamente nella società, seguiti”. Posso capire il perché. La prassi vuole che chi commette un reato debba scontare una pena, ma la pena, nel senso comune, viene percepita come una punizione che tende ad una sofferenza. La pena non è questo. Una pena coercitiva, sterile, dove il detenuto è chiuso in una cella minuscola e abbandonato a se stesso è una pena inutile, scommetto che quell’ipotetico detenuto una volta fuori ricommetterebbe lo stesso reato, se non peggio. Scrivo questo perché il mondo carcere è un mondo che se mal gestito aumenta l’aggressività, rendi freddi, priva delle emozioni , crea rabbia ed è proprio questo che deve essere tenuto in considerazione. Quella rabbia deve essere gestita, elaborata, il detenuto deve essere seguito, deve essere aiutato a divenire consapevole del reato commesso, a sviluppare senso di colpa, sarà proprio quel senso di colpa che lo porterà ad un cambiamento. Sia chiaro, con questo non voglio giustificare nessuno, sono la prima a condividere l’idea che chi “sbaglia paga”, ma deve farlo in modo corretto. Il carcere deve tendere alla rieducazione senza ignorare la tutela delle vittime di reato. È difficile affrontare un tema complesso come quello delle carceri e dei diritti da garantire a chi popola gli istituti penitenziari, senza scadere in facili, e spesso inefficaci denunce, che gettano talvolta ombra sul dolore di chi il reato l’ha subìto. Possiamo, però, iniziare con il chiederci perché e come la società e il suo grado di civiltà siano connessi alla vita degli istituti penitenziari e come sia attuabile il principio costituzionale secondo cui le pene devono rieducare senza ignorare la tutela delle vittime di reato.
Il perché è presto detto: cosa è reato e cosa non lo è viene stabilito dal potere legislativo dello Stato. La ragione per cui una pena deve tendere alla rieducazione risiede nella constatazione che quanto più si offre ai reclusi la possibilità di sviluppare attitudini e potenzialità, tanto più si avranno dei cittadini “migliori” una volta riammessi nella società esterna.
Inoltre, quanto più la società esterna è sensibile ai temi della giustizia e della risocializzazione, tanto più all’interno del carcere saranno presenti risorse per realizzare il principio costituzionale della rieducazione. Oggi viviamo uno scarto tra il “com’è” e il “come dovrebbe essere” poiché le strutture spesso inadeguate e la carenza di personale a tutti i livelli, rendono difficile l’attuazione di una programmazione delle attività che tenga conto della diversità della popolazione carceraria.
Io vivo tutti i giorni questa situazione, percepisco il malcontento degli agenti, la depressione e il senso di vuoto di alcuni detenuti e il forte senso d’isolamento e d’abbandono che quotidianamente si percepiscono negli istituti penitenziari. Per chi è stato condannato, e quindi allontanato dalla società, parlare con qualcuno che non sia un parente, un avvocato o un magistrato, vuol dire essere riconosciuto come persona e in un certo modo, reintegrato. Per chi ha varcato la soglia del carcere ricevere una visita, fare un colloquio significa poter avviare un legame di amicizia ed è quello che io professionalmente cerco di fare. Ogni mattina mi ritrovo davanti persone, giovanissime e adulte,
che mi raccontano la loro vita, i reati commessi e vi assicuro che ognuno di loro ha una storia particolare alle spalle che spesso aiuta a capire il perché di alcuni comportamenti. Alcuni sono costretti a delinquere, altri lo fanno perché hanno fame, altri perché non sanno come far crescere i propri figli, altri per ignoranza o stupidità; l’errore è generalizzare. La depressione e la scelta di strumenti di lotta quali lo sciopero della fame, il rifiuto della terapia o i gesti di autolesionismo, sono frequenti. Essi sono il segno del profondo malessere provato fra le mura della prigione e rappresentano la richiesta di essere ascoltati e aiutati, molti vogliono ricominciare una vita nuova.
Così dovrebbe essere, la società dovrebbe essere pronta ad accettare un colpevole una volta liberato, se è fuori è perché ha pagato e perché la giustizia ha fatto il suo corso, quindi forse sarebbe opportuno offrire una seconda possibilità. Ovviamente parlo dei reati minori poiché per quelli gravi, come pedofilia, stupri, omicidi e altro, non c’è via di scampo, la fine pena è mai (o almeno cosi dovrebbero essere).
Per i detenuti noi siamo il mondo esterno e le nostre visite creano un ponte, un legame con il mondo fuori, il mondo a colori (come alcuni di loro lo hanno definito) . Io quotidianamente porto il mondo esterno tra le sbarre e allo stesso tempo nel mondo libero ciò che accade dentro le mura della prigione, proprio come sto facendo ora in quest’articolo, per sensibilizzare e informare e per chiedere, come tutti voi, certezza della pena, ma in tutti i sensi.

Dott.ssa Grazia Imparato

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