Si stava meglio quando si stava peggio

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Questa affermazione racchiude il senso dell’evoluzione delle patologie e dei quadri morbosi avvenuta nel corso dei secoli. Da una semplice analisi delle condizioni cliniche esistenti nell’epoca preindustriale rispetto a quelle insorte nella cosiddetta “epoca del progresso” è possibile ravvisarne un’estrema discrepanza in termini qualitativi, ossia di espressione delle singole malattie. In parole semplici il progresso degli ultimi decenni non ha certamente portato solo benefici, ma anzi ha favorito l’insorgere di alcune malattie fino a poco tempo fa misconosciute o addirittura silenti. In questo ambito è possibile annoverare le cosiddette malattie del benessere, termine scientifico utilizzato nelle principali classificazioni internazionali e che mette in luce un vero e proprio controsenso.
Come è possibile associare una malattia a uno stato di benessere?
Per consuetudine è molto più semplice correlare un quadro morboso o una patologia a una situazione di disagio o di malessere, che può essere di natura economica o sociale o fisica o psicologica. Invece è proprio così.
Il “miglioramento” della qualità di vita rispetto al passato ci ha esposto a una serie di fattori di rischio predisponenti ad alcune malattie divenute ormai endemiche tra la popolazione occidentale. Parliamo di diabete, cardiopatia ipertensiva, obesità, neoplasie ecc. Quest’elenco è destinato sicuramente ad allungarsi anche alla luce delle future evidenze cliniche che potrebbero mettere in stretta correlazione alcune forme di neoplasia con l’elettrosmog o con le più disparate forme di inquinamento. I dati relativi all’incidenza, alla prevalenza e alla mortalità nella popolazione generale rispetto a tali patologie ne confermano la crescita esponenziale avvenuta negli ultimi decenni, evidenziando i presupposti di una vera e propria epidemia – o ancor meglio pandemia – a cui le future generazioni saranno esposte.
Individuare i fattori responsabili di tale “progresso evolutivo” può essere abbastanza semplice, attraverso il ricordo dello stile di vita dei nostri nonni, ovvero provare a fare un salto nella memoria di circa 40-50 anni. Uno stile di vita basato sulla semplicità, con minori fattori stressogeni, con un regime dietetico diverso, con minori fattori inquinanti che ne favorivano, senza ombra di dubbio, una migliore qualità rispetto a oggi. Il capofamiglia degli anni ’50 si alzava di buon’ora e dopo una colazione a base di prodotti naturali del proprio mulino – e non certo di quello di Banderas – percorreva a piedi o, nei casi più fortunati, in bicicletta diversi chilometri per raggiungere il proprio luogo di lavoro in assenza di traffico, dove non avrebbe mai trovato il “supermegadirettore galattico” o un badge da timbrare in orario e dove la parola mobbing non era ancora stata inventata. Dopo la sua “attività lavorativa”, sicuramente non sedentaria, ritornava a casa dove si sarebbe trovato seduto a tavola con calma e senza l’assillo del bombardamento televisivo e tra la simpatica caciara di una miriade di bambini, avrebbe consumato un pasto a base di prodotti “davvero biologici” per poi riprendere la sua attività.

di Carmine Cuomo

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