… Tempi Nostri … (2)

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Di Emiliano Abhinav Boccia Orizzonte

Dal mio ultimo scritto (Tempi nostri) si evidenza chiaramente, specie nelle ultime righe, un sentimento misto di tristezza e di incertezza per le persone di quella comunità che si aggiravano tra melanconici uffici di una Locus Civitas cuboide e che amavano percorrere il viale che collegava, manco a farlo a posta, questo orrendo cubo istituzionale con la sede di un’altra organizzazione: la chiesa.

Sembrava quasi che gli abitanti di quella comunità oscillassero tra due forze, quella politica e quella clericale, come se fossero in un campo gravitazionale composto da due centri di attrazione e tra i due centri non riuscissero a scegliere con chi stare. Nella realtà stavano con entrambi. Questo accadeva in modo molto semplice, in base alla situazione e alle circostanze, ai bisogni e alle necessità sceglievano, è proprio il caso di dirlo, il santo protettore del giorno o il politico di turno. Chiaramente i due poli, quello religioso e quello politico, erano simbolicamente rappresentati dai due edifici, nella realtà le due forze si ramificavano in maniera molto più profonda nella struttura sociale del paesino, dando vita ad un tessuto relazionale di bassa levatura morale basato sullo scambio del favore, della conservazione degli interessi individuali e perseguendo con abnegazione la censura dei diritti della collettività tutta. I momenti in cui queste forze si stringevano a braccietto invece di contrapporsi facevano intendere che la torta da dividere era così grande che c’era spazio per tutti.

Gli individui di quella comunità erano incapaci di dare una struttura efficace alle loro relazioni, come già detto, il sentimento portante che attraversava questa comunità era l’invidia. Vecchi e giovani, uomini e donne, ricchi e poveri, erano incapaci di riunirsi in gruppo. Se alcuni paesani si riunivano insieme, subito si cominciava a vociare: “chissà cosa fanno, che intenzioni hanno, cosa intendono macchinare…”. E’ chiaro che lì dove c’è invidia il sospetto si diffonde veloce come la gramigna. Le situazioni in questo paesino peggioravano ogni giorno di più, la gente non si parlava dietro soltanto in strada, nelle orecchie del compiacente amico del momento, i sussurri delle malelingue si diffondevano anche sulla rete, sui social. Sui social, infatti, la libertà di espressione era divenuta libertà di denigrarsi a vicenda, profilo contro profilo, account contro account, gruppo contro gruppo. Ogni livello di relazione virtuale era contagiato da quello che già avveniva nella realtà Non sapevano, i poveretti, di quanto la rete può amplificare l’intolleranza, l’inimicizia, l’odio anche, proprio per il fatto di essere un mezzo virtuale spinge le persone a dirsi e a buttarsi in faccia ciò che, magari, il pudore e la finzione del mantenimento di un comportamento sociale riesce soltanto con costrizione a contenere. Qualcosa però stava accadendo, qualcosa che avrebbe fatto crollare quel muro di incomprensione fatto di rabbia, di insoddisfazioni, di aspettative mal riposte, di cocenti delusioni. Si, il bene tramava di nascosto, al riparo delle chiacchiere da bar e da marciapiede, al di fuori di contesti religiosi, politici e ideologici, al di fuori di ciò che appariva normale, il cui sinonimo più prossimo oramai era il termine banale. I suoi strumenti di forza erano il dialogo e la capacità di comprendere il punto di vista dell’altro. Qualcuno, fuori dai giochi futili, scontati, inopportuni e soprattutto controproducenti, aveva avuto un’idea, e l’unico modo per valutarne la bontà e l’utilità sarebbe stato quello di provare a trasformarla in realtà. A che servono le idee se restano idee? A che servono le chiacchiere se producono solo altre chiacchiere? I tempi erano maturi. I tempi nostri erano giunti. Si stava passando dalla bassa e misera considerazione suggerita dal sillogismo “Tempi nostri” alla valorizzazione che il termine aveva per coloro che avevano compreso che i tempi erano giunti, quelli nostri. Qualcuno ne stava già parlando, in qualche raro incontro protetto e propiziato dalla buona sorte che da sempre accompagna gli audaci, coloro che hanno sconfitto le loro paure, uomini e donne consapevoli che l’impegno è vero impegno solo se passiamo dal pensare all’agire, e in questo importante e decisivo passaggio distilliamo i pensieri fino a farli diventare puri come l’acqua che sgorga dai ghiacciai eterni. Coloro i quali avevano raggiunto la consapevolezza che era giunto il tempo di agire non erano pochi e l’appartenenza ai vari livelli sociali di quella comunità faceva di queste persone una risorsa preziosa e inestimabile per il processo di trasformazione in atto. Anche se appena all’inizio il processo aveva una sua identità e il potere di catalizzare forze benefiche in modo lento e costruttivo. Da troppo tempo era in incubazione. Da troppo.