Tempi nostri

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di Emiliano Abhinav Boccia Orizzonte

Lo sguardo contemplava il ciglio delle colline che degradando verso il fondovalle davano protezione ad un pugno di palazzi ed edifici vecchi e nuovi. Quelle case sembrava fossero state lanciate dalla mano di un gigante e magia ancora più strabiliante, si erano adagiate a mo’ di ferro di cavallo, chi un po’ più in alto, qualcuna un po’ più in basso, ma l’una all’altra strette rendevano più che bene l’idea che laggiù una comunità di tante brave persone erano dedite a realizzare i loro sogni. Pardon: a cercare di realizzarli. Bizzarri personaggi si aggiravano per le strade di questo strano paesino. Alcuni percorrevano sempre la stessa strada, quella che da una chiesa posta quasi in bilico sull’orlo di un dirupo da cui occhi innamorati potevano perdersi all’orizzonte fino a mirare il mare, portava al centro del paesello, proprio lì dove si ergeva tetro un moderno edificio. Molti paesani non avevano mai riflettuto sul perché la strada. quel viale, e quella chiesa ebbero da sempre in comune il nome. Ma si sa, la gente pensa alle cose più strane e difficilmente, invece, a ciò che gli si para davanti agli occhi o a dove mette i piedi. Meno che mai ascolta ciò che gli si dice. Le forme di questo immobile, erano di quanto più banale un architetto avesse mai potuto immaginare, e per spregio a questo cubo diedero il nome di Locus Civitas. Per chissà quale arcano significato, poiché certamente un senso ci sarebbe stato e sono sicuro che l’avrebbe trovato, se qualcuno si sarebbe dato la briga, di andarlo a scoprire, del perché anch’esso era stato edificato in precario equilibrio sul limitare di una piccola costa. Coloro che andavano e venivano da questo cubo, specie quelli che ne traevano sostegno economico, chi mettendo timbri, chi spuntando lapis, chi spostando fogli, carte e scartoffie in inutili trasferimenti da un piano all’altro e chi addirittura senza ne proferire verbo o compiere azione alcuna o limitandosi ad una semplice alzata di mano ogni due o tre mesi, percepivano pienamente l’instabilità dell’immobile dentro cui erano costretti così che la anche la loro vita ne fosse negativamente influenzata. La gente delle contrade tutte e, sia che fossero poveri o sia che fossero ricchi, sentivano che c’era qualcosa che non andava. Il desiderio di avventurarsi per gli atri della casa comunale veniva sempre meno, specie quando la necessità lo imponeva. Ognuno si domandava se valeva la pena azzardarsi per quegli oscuri scaloni e tristi corridoi alla ricerca di quella persona, che distrattamente e senza l’attenzione che civilmente e di diritto gli sarebbe spettata, avrebbe potuto offrirgli una soluzione o almeno chiarirgli un aspetto burocratico. Certo, c’era anche lì, in quel cubo appiccicato ai bordi di una piazza che aveva visto attraversarsi, in altri tempi, da più degni e onorabili personaggi, qualcuno che benevolmente avrebbe offerto il suo aiuto, ora alla vecchierella col bastone, ora al giovane stralunato, così come alla mamma indaffarata presa da mille cose. C’era. Per fortuna c’era. Bastava solo sperare nella buona sorte affinché la si incontrasse. Ma questa virtù, la speranza, non era certo la più diffusa tra la gente del paesello. Si sa che la mente, specie se ignorante e pregna solo del proprio basso ed offensivo ego è sempre sprezzante verso ciò che è buono e bello. Preferivano credere nel detto “Chi di speranza vive di speranza muore”. Non si rendevano conto, i poveretti, che quel detto era la punta dell’iceberg di paura, di delusioni e di angosce che si portavano dentro; nel loro cuore e nella loro anima. Come le pecore erano diventate. E come pecore impaurite da un pastore che altro non era che un lupo travestito, si avviavano mestamente al macello. Certo qualcuno, ogni tanto, alzava un grido di ribellione sulla pubblica piazza, meritandosi così sorrisini maliziosi di derisioni e deprecabili sguardi di sufficienza, mentre altri, che erano la maggior parte, invece, si lamentavano nel silenzio delle mure della propria casa o sommessamente sui marciapiedi, avvicinando le loro umide labbra all’orecchio del complice paesano. Vani e ambiziosi progetti erano stati avviati per la promozione di eventi culturali, altre iniziative invece intendevano occuparsi di impegnativi programmi economici per dare spunto all’economia che oramai stagnava da decenni, e quindi sembrava, sembrava, sembrava, che la buona volontà non mancasse. Insomma, le idee c’erano, poche, non proprio eccellenti, ma c’erano. Solo che …tutti, ma proprio tutti, i progetti, le iniziative, i buoni propositi, dobbiamo dirlo con profonda onestà intellettuale, fallivano miseramente. I poveretti, oltre a non riconoscere la speranza come una virtù speciale portatrice di energia positiva, in grado di dare alle persone il giusto atteggiamento di attesa e quindi la pazienza, capace di offrire sostegno nei momenti di difficoltà e il coraggio, preferivano coltivare, invece, l’invidia. L’invidia dell’amico contro l’altro amico, che solo per aver avuto una buona idea diventava un nemico, solo per aver pensato o studiato o riflettuto troppo ed aver partorito un buon progetto, diventava un pericolo. Diventava uno da eliminare, lui e il suo programma. Non erano in grado di aiutarsi l’uno con l’altro, questo era il punto. Colui che aveva perso la speranza aveva perso anche il coraggio e quando si perde il coraggio si sprofonda nella disperazione e la compagna della disperazione è la paura. La paura verso tutto quello che è altro da noi, e quindi gli altri e le sue idee. Quando vivi nella paura non distingui il buono dal cattivo ma pensi solo a difenderti. Nessuno è cattivo per definizione ma spaventato sì, alla ricerca di qualcosa e di qualcuno che ti possa aiutare capire. Ecco. Qualcuno che ti possa aiutare. Perché, in fondo in fondo, la causa dei nostri problemi è nel nostro modo di vivere, e se continuiamo a vivere nella paura e nell’invidia siamo destinati a restare nel fango di questa miserabile comunità.