Tutto il mondo è paese! – Globalizzazione e regionalismo nell’architettura contemporanea

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L’architettura del Terzo Millennio si trova a un bivio ideologico: recuperare la memoria e le identità locali, o avviarsi verso un linguaggio sovranazionale che accolga le differenti culture in un’unica e armonica configurazione.

Sin dalla fine degli anni ’90 assistiamo a un continuo rinnovamento dei principali centri urbani di tutto il mondo, per ottemperare alle esigenze sociali che subiscono mutamenti sempre più repentini. In questo scenario, il rischio è quello di creare poli avanguardistici stilisticamente isolati dal contesto circostante, edifici ipertecnologici fatti con lo stampino, che nulla hanno a che fare con il luogo che li ospita. E’ ciò che accade nella moderna Shanghai, dove la città contemporanea in espansione non conserva nulla dell’oriente, ma appare come una fotocopia dei grattaceli americani. Che in Cina la necessità di garantire rapidamente alloggi e servizi per il dinamico aumento della popolazione, spingano a una mancata ricerca e al trionfo dello stile “copiaincolla”? Chissà, sta di fatto che lo stesso accade anche nella nostra Europa, dove le esigenze sono ben diverse rispetto ai Paesi dell’Est, eppure, anche qui, il risultato non cambia.

Basti pensare al Guggenheim di Bilbao, osannato da critici, visitatori, e persino dai pescatori Baschi che ogni mattina vedono il sole sorgere e specchiarsi contro le pareti metalliche ondeggianti del “Colosso di Ghery”, che non dialoga minimamente con la tradizione e il contesto in cui è inserito. Oppure alle torri di Norman Foster, che spuntano come funghi in tutti gli angoli del globo, ormai diventate un marchio di fabbrica: “ci serve una torre? chiamiamo Foster, l’usato garantito!” O ancora pensiamo semplicemente agli aeroporti dove ci è capitato di sostare: sono talmente uguali che è impossibile riconoscere il luogo che ci ospita. E questo può determinare nell’uomo un rassicurante “sentirsi a casa”, così come invece una totale perdita dell’orientamento. La globalizzazione risponde al desiderio di rendere il pianeta unico ma porta con sé forti rischi, tra cui quello di perdere le differenze che ci identificano, le peculiarità che ci arricchiscono e di frammentare le nostre culture, per gettarle in un unico, grande calderone, in cui tutto viene mescolato. Ciò accade perché l’architettura contemporanea è diventata prevalentemente un business: dimostrazione di potere da parte di chi la commissiona e, qualche volta, anche di chi la progetta. Spesso depredata delle sue radici e ben lontana dalle sue più antiche accezioni che la ritraevano come “metafora dell’eternità”. Oggi l’architettura è lo specchio dei nostri tempi, di una società talvolta spersonalizzata e disorientata che, con l’intento di uniformarsi, rischia invece di appiattirsi.

Se la globalizzazione rappresenta in ogni caso il naturale e indispensabile cammino verso il futuro, è bene ogni tanto girarsi a guardare quello che ci lasciamo dietro: il patrimonio delle nostre diversità. Se il progresso rendesse uguale tutto il pianeta, che senso avrebbe viaggiare, visitare posti stranieri, navigare per mari sconosciuti, entrare in contatto con diverse culture? Nessuno, perché ogni nuovo posto sarebbe irrimediabilmente simile a quello precedente. Sebbene lo scenario sia degno dei migliori film di fantascienza, e per adesso ci si è limitati a fare soltanto qualche piccolo passo verso quella direzione, è bene diventare consapevoli di ciò che accade. L’architettura è un simbolo forte poiché non può essere occultata, manipolata, filtrata: è sotto gli occhi di tutti e il suo messaggio può essere compreso da tutti.

“La tradizione non si eredita, ma la si costruisce giorno per giorno.” Lo diceva T. S. Eliot in un’epoca in cui la globalizzazione era ancora in incubatrice, ma le sue parole risultano più che mai attuali, un monito da tenere presente nelle scelte future. E se durante un viaggio abbiamo esclamato sorridendo: “tutto il mondo è paese!”, stupiti di fronte alla familiarità a un oggetto, un luogo o un’abitudine, ricordiamoci che non sono le uguaglianze, bensì le differenze, a renderci unici.

Alfonsina Citro