Una brutta diagnosi

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Nel corso della sua carriera professionale il medico quasi inevitabilmente si troverà a dover comunicare cattive notizie, che alterano drammaticamente le prospettive future della vita del paziente, generando vissuti d’angoscia e innescando meccanismi di difesa che spesso sono un ostacolo per un’adeguata reazione a una brutta diagnosi. Si parla di malattia, un’alterazione dell’organismo che in alcuni casi può portare alla perdita totale e definitiva della propria autonomia che coincide con la morte biologica.

La presenza di malattia nell’individuo, psichica o d’organo, si associa in modo costante a peculiari reazioni psicologiche e comportamentali e assume un significato specifico in ogni paziente.

La reazione emotiva nei confronti del proprio schema corporeo, che è la rappresentazione mentale della propria integrità fisica, costituisce il vissuto corporeo; quest’ultimo cambia durante il corso di una malattia in conseguenza dei rapporti con l’ambiente esterno (famiglia e personale medico) e delle risorse personali d’adattamento, diverse a seconda della personalità del paziente. In tutti però si percepisce una ferita narcisistica con vissuti di perdita e dipendenza.  Le principali organizzazioni cognitive del paziente sono di tipo ansioso, depressivo e ossessivo, il paziente comincia a sperimentare vissuti di perdita dell’autonomia, del proprio ruolo sociale, abbandono, vergogna, colpa ed è per questo che è di fondamentale importanza accompagnarlo durante il decorso di ogni forma di malattia, sostenendolo psicologicamente attraverso l’ascolto e la cura. Il sostegno deve essere rivolto anche alle famiglie, sottoposte a una condizione di disagio e sofferenza che può provocare un turbamento profondo, alterando le dinamiche familiari e amplificando la sofferenza del malato congiunto. Il medico si trova spesso a dover affrontare per primo le reazioni dei familiari e la sua preparazione etica è fondamentale per l’istaurarsi di un rapporto equilibrato, il suo compito è di contenere le emozioni prima di intervenire tecnicamente. Nei familiari, dopo lo shock iniziale, si manifesta una fase caratterizzata da massiccia negazione degli eventi. Il supporto di uno psicologo in questo momento è fondamentale per riportare il familiare alla realtà per poi giungere, in ultimo, alla fase d’accettazione e al nuovo equilibrio che essa porta in sé.

L’intervento sul paziente e sulla famiglia, durante la crisi, deve essere mirato a ridurre i vissuti di sofferenza, contenere l’angoscia e il dolore anticipatorio, legato al declino verso la morte.  Per poter affrontare in modo appropriato una malattia è necessario che il paziente sia spinto a ridurre i suoi conflitti interni, come la paura di perdere il controllo; sia migliorato il senso personale d’identità, soprattutto nelle fasi connesse all’ospedalizzazione; migliorate le relazioni critiche, auspicando alla risoluzione dei conflitti e siano raggiunti traguardi importanti, anche se limitati, per poter permettere al paziente di avere un senso di continuità. Per quanto riguarda i familiari, gli interventi devono essere informativi e allo stesso tempo terapeutici. E’ necessario che la famiglia sia in grado di identificare ed esprimere i contrastanti sentimenti provati, evitando la chiusura. Il terapeuta deve sottolineare la necessità del tempo per l’elaborazione del dolore e rassicurare il familiare circa la normalità delle proprie reazioni. In ultima fase, se necessario, è utile spingere il familiare a riorganizzare la vita senza la persona cara.

Avere consapevolezza che si ha una malattia e che la propria vita sta per terminare paradossalmente costituisce un’ulteriore tappa di crescita, l’occasione per fare un bilancio della propria esistenza, per ritrovarsi con persone importanti in quell’intimità e quei dialoghi troppo spesso rimandati, fonte di profonda consolazione sia per chi va che per chi resta.