Vai mò – un saluto a Pino Daniele

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Chi scrive vive a Napoli, precisamente a largo Ecce Homo, una piccola piazza dove è nato e ha vissuto la sua infanzia Pino Daniele. La stessa piazza che all’indomani della sua morte gli ha dedicato un graffito (anche abbastanza brutto – foto 1) che ha subito suscitato – giustamente – polemiche perché realizzato su un palazzo storico dell’800 (foto 2). foto 1
Forse è da questa Napoli un po’ cialtrona e abbastanza immatura che Pino Daniele era andato via nell’ultima fase della sua vita, chi lo sa. “Sud, scavame ‘a fossa / voglio muri’ cu’ te / pe’ me dint’ all’ossa / solo sud”: così cantava negli anni ’80, ma seppure il Sud lo aveva davvero sempre avuto nel cuore, alla fine ha cercato un rifugio altrove. Viene da ricordare il personaggio di Troisi nel suo “Ricomincio da tre”, un napoletano fuori città indicato da tutti come “emigrante”, e per quanto lui rifiuti questo concetto, alla fine si rende conto che sì, quello che sta facendo è andare via da una terra che non gli offre lavoro, opportunità, entusiasmo e che ormai gli sta stretta.
Pino che aveva cantato Napoli meglio di chiunque altro, non solo nella canzone omonima, ma in tante altre melodie e l’ha spezzettata in vefoto 2rsi in modo da poterne cogliere le sfaccettature più vere, lontane dalle noiose e rutilanti cartoline patinate a cui sono abituati la maggior parte delle persone. Una città fatta di anime belle e strapazzate dalla vita (imparentate con altre di De André) come quella di Annare’ che “votta ‘ncuorpo
/ pecchè nun se po’ fa / e curre curre forte / pe’ nun te fà piglià” e anime sporche e dannate come quelle dei “pazz’ futtut’ / so’ tutti mafius’ / ‘ncopp’o sang’ d’a povera gente / nun guardano ‘nfaccia a niente” (“Faccia gialla”). Perché Napoli è così, sporca e pura, santa e puttana. E rantola, e chiede aiuto ma poi se ne frega; sta zitta, si carica di cose oppure se le scrolla di dosso. Ma soprattutto è la Napoli porto di mare, dove la gente approda e sbarca lasciando o portando via qualcosa: lo diceva già la Nuova Compagnia di Canto Popolare con la sua “Tammurriata nera” e Daniele, che ha ripreso quel filone popolare scegliendo però di discostarsi dalla tamorra e preferendo il blues, lo grida nello “Scarrafone”, in “Leave a message”, e graffia l’argomento cantando “e chi dice che Masaniello / poi negro non sia più bello?” in “Je so’ pazzo”. E del resto, è pur sempre il cantante che si sentiva “Nero a metà”. Si sentiva e lo suonava, con quei blues tutti d’oltreoceano, che più che italoamericani erano “napoletanamericani”, così musicalmente intrisi di inglese e dialetto, quel bel dialetto che non è più cantuccio locale ma una lingua che scavalca se stessa e arriva a tutti.
Difficilmente la cultura napoletana avrà un giorno qualcuno che le sappia dare tanto musicalmente come ha fatto lui, perché i tempi sono cambiati, il terreno partenopeo non è più fertile come una volta e seppure qualche valido artista spunta fuori, da lì a poco emigra in altri ambienti perché la lezione napoletana, come l’arte, la si impara e la si mette da parte – senza rinnegarla ma pur sempre tenendosela alle spalle, avendo lo sguardo puntato altrove. Pino Daniele ha fatto questo e gli anni ’90 furono decisivi in questa sua svolta che andarono da i classici al sapore di cinema come “Quando” e “Che Dio ti benedica” fino agli approdi musicali – da molti considerati commerciali – di album come “Dimmi cosa succede sulla Terra” e “Come un gelato all’equatore”. In questi lavori il cantante sperimenta e ricerca; se prima aveva incontrato le contaminazioni orientali e africane con il sud Italia, adesso si spinge ancora più là e ne cerca l’origine ed ecco che le Annare’ e Donna Cuncetta di una volta diventano Sara e Mareluna nelle omonime canzoni, perché il mondo è ormai diverso e soprattutto vasto: non ci sono solo le scale di Sant’Antonio ai Monti di Napoli ma anche gli ascensori dei palazzi di Milano, non più solo le scogliere di Mergellina ma le spiagge di Patara in Turchia. E seppure questa ricerca porterà a una graduale scomparsa del dialetto (i napoletani di questi anni, offesi, ripiegheranno sugli osceni cantanti neomelodici) nel 2007 ci sarà ancora lo spazio per una delle sue canzoni più minime, struggenti e intimiste che abbia mai realizzato: pochi versi quasi strozzati in gola che dicono soltanto “Tien’ a mente / Nun te scurdà / Do you remember / The time” (“Passo napoletano”). In queste poche parole forse c’è tutta l’amarezza ma anche la consolazione di una vita segnata dall’ombra lunga di una città e le sue musiche; è un pezzo che in pieno stile Daniele comunica per emozioni, frasi appese, battiti di tempo ritmato e corde pizzicate con la passione di chi ha avuto una chitarra in mano da tutta una vita. E dietro di questo rimarrà sempre quella rabbia pura e benefica, come se fosse un grido a metà tra esasperazione e liberazione del quale Pino Daniele era un maestro, la cui sintesi è data forse da quei quattro versi a me più cari di tutta la sua produzione discografica, perché con la vividezza di un’istantanea hanno fotografato un sentimento, un’urgenza, un bisogno di rivolta e di dignità: “A me me piace ‘o blues e tutt’e journe aggia cantà / pecché so stato zitto e mo è ‘o mumento ‘e me sfugà / sono volgare e so che nella vita suonerò / pe chi tene ‘e complessi e nun ‘e vò”.

Danilo D’Acunto