Velia, questa sconosciuta

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La mostra “Picasso e la modernità spagnola” ha da poco aperto battenti a Palazzo Strozzi qui a Firenze. Dovrei parlarvi di questo mostro sacro della storia dell’arte, del meraviglioso modo in cui l’esposizione è stata allestita (Palazzo Strozzi non delude mai!) e della promozione di Trenitalia (ingresso 2×1 presentando il biglietto del treno). Ma davvero non ce la faccio. La mia mente oggi non è qui: è nel passato.

Ho sempre odiato la storia dell’antichità, finché non ho capito che l’età classica è il tempo in cui la mia terra è forse stata più felice. Vorrei tanto averci vissuto. Forse non c’erano tante “comodità” e le probabilità che io potessi essere in grado di scrivere (come sto facendo) sono davvero minime. Eppure… siete mai stati al Museo Archeologico di Salerno? Riformulo: conoscete l’esistenza del Museo Archeologico di Salerno? È un posto magico – che, tra l’altro, contiene diversi reperti provenienti da Montecorvino Rovella– dove una cosa salta all’occhio anche a chi non ha la più pallida idea di dove collocare nel tempo l’età del bronzo: la mescolanza di stili, di generi e perciò di genti che hanno abitato i posti in cui oggi viviamo noi. Il Sud della nostra penisola, infatti, aveva la cultura del popolo più straordinario del tempo (senza le sue guerre intestine), ma era in una posizione geografica di centralità, per cui gli scambi commerciali che gli assicuravano il benessere, gli permettevano anche un’elevata vitalità culturale. Vi si parlavano due, tre lingue e di certo non c’erano gli stessi problemi di integrazione. Considerando poi la bellezza di alcuni ritrovamenti, non c’è da stupirsi che la Magna Grecia sia diventata punto di riferimento culturale: dalla riscoperta di Paestum nel Settecento, difatti, parte forse tutto il Neoclassicismo.

All’ombra di questo gigante, però, vive un altro sito, quello di Elea, la casa di Parmenide, che vi insegnò la sua teoria dell’Essere (così come Crotone offrì rifugio a Pitagora ed era sede della sua scuola). Elea, che i Romani chiamarono in seguito Velia, era una città vivissima, i cui resti sono stati ritrovati nel Comune di Ascea (Sa). Il sito conserva reperti importantissimi: il più antico arco italiano a tutto sesto (la maestosa Porta Rosa), il pozzo di Hermes, un busto in marmo di Parmenide. E Dio solo sa cos’altro, dato che, com’è chiaro anche a prima vista, è stato scavato soltanto il 15-20% dell’antica città. Sotto la terra potrebbero infatti esserci non solo residui riguardanti la scuola eleatica e il suo fondatore, ma pure resti della villa appartenuta a Cicerone. L’area archeologica vive invece, praticamente da sempre, in uno stato di degrado, quasi di abbandono. È accessibile ai visitatori tutti i giorni, ma solo da quando i fondi europei, qualche anno fa, hanno permesso la costruzione di vari edifici di legno e vetro (dei quali è usata solo la biglietteria). Il 2014 si sta rivelando, inoltre, un anno devastante per Velia: prima i crolli dovuti alle abbondanti piogge di inizio anno; poi la crescita delle erbacce, perché all’allevatore che le tagliava gratuitamente per ricavarne foraggio per i suoi cavalli è stato chiesto di pagare; infine i pericoli dovuti alla vegetazione. Ulivi, carrubi, gelsi andrebbero potati, ma il volontario che se ne occupava è morto. La Soprintendenza di Salerno con i suoi già scarsi fondi deve pensare a “nutrire” anche gli altri scavi (in primis Paestum) e non riesce a sopperire, ma questa non è certo una novità.

La novità è che ci importa. Importa alle trentacinquemila persone che la visitano ogni anno; importa al sindaco di Ascea e ai colleghi dei comuni limitrofi, che stanzieranno fondi per la ripulitura. Importa forse anche all’Unesco, che altrimenti non l’avrebbe dichiarata patrimonio dell’umanità; importa di sicuro, invece, agli austriaci che da diverso tempo stanno effettuando scavi autonomamente. Se queste attenzioni saranno sufficienti, lo scopriremo.